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Basta il potere della nostalgia per suscitare un’emozione che sia diversa, non migliore, ma per lo meno incisiva? Perché rincorrere il ricordo di ciò che è stato invece di crearne di nuovi e tramandarli alle prossime generazioni? Sono domande che sorgono spontanee durante la visione de Il ritorno di Mary Poppins, annunciato come sequel dell’indimenticabile capolavoro del 1964 ma di fatto risultato nemmeno troppo entusiasmante di un’operazione cinematografica che imita passivamente l’originale con Julie Andrews, senza particolari trovate sceniche, guizzi di regia (Rob Marshall continua la sua striscia negativa del dopo Chicago) e una storia che colga il nostro tempo cercando di modernizzare – dove possibile – un ritratto della società e dei suoi protagonisti nonostante l’ambientazione favolistica.

La crisi economica del ’29 ha investito l’Europa e a Londra soffia un vento che porta solo problemi: ci ritroviamo in Viale dei Ciliegi 17, nella stessa casa dei Banks sempre caotica e ora abitata da Michael – ormai adulto  – e dai tre figli, orfani di madre, Annabel, John e Georgie. Al dolore del lutto si aggiunge il pericolo delle banche (ancora loro!) che vogliono togliere alla famiglia l’immobile dove i bambini sono cresciuti e dove sono custodite le memorie più felici; è qui che interverrà la tata venuta dal cielo volando sulla “grande depressione” armata del suo solito spirito pratico, senso del dovere, ironia e un pizzico di magia.

Impossibile pronunciarsi sull’aspetto musicale, avendo davanti l’adattamento italiano con dialoghi e brani doppiati (ma ascoltando la versione originale è apprezzabile il lavoro degli attori, soprattutto di Emily Blunt e Lin-Manuel Miranda), come potremmo sorvolare sull’effetto déjà-vu di alcune sequenze e sulla disposizione degli eventi, praticamente identica al film di Robert Stevenson, che fa parte di una precisa strategia editoriale della Disney. Già il live action de La bella e la bestia uscito in sala lo scorso anno aveva ribadito l’impressione di un ricalco pedissequo vincente, e i numeri al box office le avevano dato ragione, e il meccanismo di marketing intorno a questi prodotti è così ben oliato da non ammettere contraddizioni.

Il vero problema della “nuova” Mary Poppins è però un altro, forse più grave: la totale marginalità del personaggio rispetto ai comprimari. Nell’originale era il motore della storia, il deus ex machina, colei che con il gioco riusciva a risanare l’animo di un uomo depresso; in questo sequel non-sequel è una bambinaia che intrattiene i pargoli, li distrae dai problemi degli adulti e ha poco da insegnargli perché i tre piccoli Banks sembrano fin troppo scaltri e indipendenti. Che fine ha fatto il disincanto, ma anche la rigida educazione alla vita “praticamente perfetta sotto ogni aspetto”, ovvero ciò che rese la pellicola del ’64 così moderna e imprevedibile?  Valori smarriti su quel sentiero della nostalgia che sembra sempre più dannoso e meno dolce dell’apparenza.

20 Dicembre 2018
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