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7.7

1981, Chicago. Sun Ra e la sua Arkestra suonano al Chicago Jazz Fest. Tra il pubblico che assiste all’apparizione del musicista, che arriva sul palco come un mistero che illumina come un sole l’oscurità, c’è un sedicenne Rob Mazurek. Quel concerto gli cambia la vita: gli mostra un modo diverso di guardare il mondo e di fare musica. Un approccio, tipico di Sun Ra, di tagliare i legami terreni ed entrare in dimensioni cosmiche e misteriche. E cosa c’è di più illuminante dell’energia di una stella che esplode? E tra i lampi galattici dell’ensemble a più ampio organico di Mazurek, oggi cinquantacinquenne, il settimo pubblicato a fine 2020 è il più compiuto, un raggiungimento quasi definitivo, per quanto possa definirsi definitiva l’opera compositiva e improvvisativa di un cornettista che in carriera ha inciso già una settantina di dischi.

Sì, perché Rob Mazurek assomiglia anche in questo al suo faro interiore: una discografia sterminata, in cui è difficile a volte individuare i fili da tirare, che si è destreggiata in diverse fondazioni. Le più note sono i Chicago Underground (in formazione a quattro o a cinque) e i São Paulo Underground (anche qui in formazione ridotta). Sono due gruppi che nascono da session con musicisti locali in due città centrali nella sua vita: Chicago dove è nato e vissuto lungamente (e dove Sun Ra è diventato il messia di un nuovo jazz e di un altro mondo) e San Paolo, in Brasile, dove ha passato una parte della sua esistenza adulta. La Exploding Star Orchestra, invece, nasce da un’occasione precisa. Nel 2005 il Chicago Cultural Center e il Jazz Institute of Chicago gli chiedono di mettere insieme un big band che rifletta il sound della città per un concerto da tenersi al Millennium Park. Nasce così la prima formazione, che subisce alcune variazione nel corso della sua storia discografica, ma che ruota attorno a Jeff Parker (già nei Tortoise e chitarra anche dei Chicago Underground), la flautista Nicole Mitchell, Tomeka Reid (violoncello), John Herdon (batteria), Joel Ross (vibrafonista), Jaimie Brach (tromba) e Chad Taylor (batteria).

A differenza delle registrazioni con le formazioni minori, più dedite all’improvvisazione, specialmente quando si collabora con altri musicisti (tra gli altri vanno ricordati almeno Roscoe Mitchell dell’Art Ensemble of Chicago, il leggendario trombettista Bill DixonPharoah Sanders), qui tutto è scritto e composto dal band leader. Mazurek compone tutto pensando alla formazione, senza lesinare nell’uso dei synth (con i quali improvvisa ogni giorno dei droni nella sua casa di Marfa per dare un po’ di energia alla giornata), e sfruttando pesantemente la tecnica del contrappunto. Ne escono dieci brani scintillanti all’incrocio tra il cosmico jazz debitore tanto verso Sun Ra, quanto verso la spiritualità di Pharoah Sanders, ma impiastricciato di classica (Béla Bartók è accreditato tra le ispirazioni di Mazurek), soundtrack, post-rock, elettronica, spoken word, atmosfere sci-fi e un afflato grandioso.

Si potrebbe andare nel dettaglio, descrivendo gli arcani segreti di una A Wrinkle in Time Sets Concentric Circles Reeling che si muove tra caldi fiati e un dettato astronomico; oppure il gioco due (vibrafono e basso) contro due (percussioni e tromba) della title track; o ancora la gentilezza matura di The Careening Prism Within (Parable 43) o lo sfondo quasi western di Parable 3000 (We All Come From Somewhere Else). Ma a guardare il dettaglio, che pure è curato in maniera sopraffina, ci si perde l’affresco più grande: un disco con l’aspirazione di farci levare i piedi da terra, liberare la mente dai laccioli della corporeità e del tempo che passa, per aprire la porta di una dimensione assoluta, infinita, universale che tiene insieme tutte le mille anime della carriera musicale di Mazurek. Da quassù, le vicende umane, la nostre piccolezze, assumono altre prospettive, proporzioni e significati.

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