Cult Movie

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Gordie, Chris, Teddy e Vern sono quattro dodicenni che nel caldo torrido del Labor Day del 1959 intraprendono un’avventura destinata, nelle loro intenzioni, a regalar loro fama e ammirazione: vanno, così, alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo, scomparso giorni prima. Quello che non sanno è che il viaggio li cambierà drasticamente e, una volta tornati a casa, niente sarà più uguale a prima.

Nell’agosto del 1986 usciva un film piccolo, tratto da un racconto (lungo e quasi dimenticato) di Stephen King, autore letteralmente saccheggiato dal cinema nel corso degli Eighties, come dimostrano gli adattamenti di Carrie – Lo sguardo di Satana, Shining, Cujo, La zona morta, Christine – La macchina infernale, Fenomeni paranormali incontrollabili e via discorrendo. La novella in questione è Il corpo, tratta dalla raccolta Stagioni diverse, pubblicata nel 1982 e contenente il ben più famoso Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, racconto dal quale Frank Darabont trarrà il suo Le ali della libertà (1994).

Qualcosa di ben più accattivante e seducente attirò le attenzioni di Rob Reiner, che per il suo terzo lungometraggio scelse questo timido, ma avvincente resoconto di un’estate indimenticabile: un racconto di formazione pieno di ombre minacciose che gettavano una luce inquietante su un futuro sempre incerto e zeppo di pericoli. L’elemento orrorifico, tratto caratteristico della scrittura di King, cede il passo qui al brutale realismo e alla desolante disperazione della provincia americana, appena risvegliatasi dall’incubo di due guerre mondiali e impreparata a lasciare in eredità ai propri figli una terra promessa ormai lontana anni luce dal sogno dei suoi abitanti. Per Reiner, che fino ad allora si era dilettato con un falso documentario dall’insolito successo (This Is Spinal Tap) e una tipica teen comedy secondo l’uso del tempo (Sacco a pelo a tre piazze), era la prima virata verso il dramma puro, contaminato in maniera più che omogenea con elementi avventurosi che permettevano un’oscillazione tra il realismo e la favola. A restituire il senso di realtà, così labile eppure così esplicitamente esposto, una canzone di Ben E. King registrata nel 1960 (quindi un anno dopo gli eventi narrati) che dà il titolo al film e che arriva al nostro orecchio riecheggiata nella mente e nei ricordi di Gordie Lachance, protagonista del film, ormai adulto e disilluso dalla vita. Gordie è all’interno della sua auto parcheggiata, ha lo sguardo perso nel vuoto e stringe in mano un quotidiano tra le cui pagine emerge l’articolo dell’omicidio di un avvocato. La sua mente vaga, torna indietro a un’epoca in cui il suo sguardo era ancora curioso, anni in cui camminava a braccetto con la paura e con quei suoi tre amici che non perdevano occasione per farlo sentire parte di una famiglia.

King nella sua prosa e Reiner nelle immagini in movimento ci dimostrano come ricordo e trauma siano concetti indissolubilmente legati tra loro e costituiscano uno dei tanti indizi che il passare del tempo ci pone dinanzi: una prova da superare, una paura da affrontare, un dolore da provare per testare in maniera diretta il valore dell’amicizia, non sempre scontato, ma in un’età in cui è l’unica cosa che conta niente ha più valore. Nella pur sempre difficile impresa di adattare la materia letteraria alla celluloide, Reiner dona alla sua opera un tocco che lo separa nettamente dalla fonte originaria: l’eroe della vicenda per lo spettatore è Gordie, il più sensibile del gruppo, ignorato da una famiglia che quasi non gli perdona di essere sopravvissuto al ben più talentuoso fratello maggiore, e destinato a diventare un grande scrittore, come dimostrano anche le assurde storielle che condiscono la narrazione. Per il lettore e per King, invece, è Chris ad uscire trionfante dalla vicenda, l’eroe tragico per eccellenza, duro, risoluto, un combattente nato, ma irrimediabilmente sofferente, tormentato (e splendidamente interpretato dal compianto River Phoenix). È lui a rivestire il ruolo di padre spirituale per il timido Gordie (Wil Wheaton) e a donargli quella fiducia in se stesso che gli consentirà di scappar via dalla morsa di una provincia impietosa («…i ragazzini sprecano tutto, se non c’è qualcuno che li tiene d’occhio. E se i tuoi vecchi sono troppo incasinati per farlo, dovrei farlo io forse!»). Gordie e Chris diventano così due facce della stessa medaglia, due personalità che avrebbero tutte le carte in regola per emergere e dire la loro nella vastità delle possibilità umane, ma che per ragioni incontrollabili rimangono intrappolati in un’insicurezza pronta a inghiottirli: sarà il reciproco sostegno a permettere loro di non lasciarsi sopraffare da una paura che aleggia sui loro destini come un macigno.

La generazione pre-adolescente dei nostri giorni difficilmente riuscirà a immedesimarsi con la storia di questo quattro ragazzi alle prese con la perdita dell’innocenza, ma il sentimento di malinconia che filtra da quegli sguardi persi nel vuoto e insieme determinati ad affrontare le future sfide che la vita riserverà loro conserva un’importanza e una potenza innegabili. Elementi che ci fanno pensare che tra parecchi anni saremo ancora qui a ricordare quel piccolo gioiello che è Stand By Me – Ricordo di un’estate e quella frase conclusiva che ancora oggi fa singhiozzare milioni di appassionati di ogni età: «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?».

11 agosto 2016
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