Recensioni

8.0

Di quella volta che il leader della band si fece la ragazza che volevi farti tu. Di quella volta che suonasti in un locale semi-carbonizzato, gestito da un futuro celebre assassino. Di quella volta che una icona degli anni Sessanta ti fece provare la terapia del suo speciale “dottore”. Di quella volta che stavi per diventare un criminale. Di quella volta che vedesti il più grande di tutti cadere e scivolare sul vialetto di casa tua, spinto dal suo cane. Di quella volta che il grande artista, il grande chitarrista, il grande regista, il grande scrittore, il gande discografico, la grande folla nel grande fango indimenticabile del più memorabile concerto di ogni tempo furono di fronte a te, e si stava scrivendo una storia di cui solo molti anni più tardi avresti capito la trama…

Non mancano certo gli aneddoti nelle (quasi) seicento pagine di Testimony, il memoir di Robbie Robertson che ripercorre la sua vita e quella della Band, fermandosi – come è giusto ed emblematico che sia – alla formidabile, folle serata in cui si consumò The Last Waltz. Neanche una riga sulle reunion degli anni Ottanta e Novanta, a cui Robertson non partecipò: quindi non una briciola di risentimento o rammarico (non so se considerarla più una manifestazione di saggezza, diplomazia, tatto o mancanza di coraggio). Non una parola neanche sulla morte di Manuel, Danko e Helm: ed è in qualche modo giusto, in un libro che parla così tanto di vita.

È impressionante la lucidità con cui il chitarrista canadese (anche cantante e soprattutto straordinario autore) rievoca episodi anche minimi, con una generosità e un dettaglio che inducono in qualche caso a dubitare in merito all’attendibilità, lasciandoti cioè col sospetto che possa essere stato applicato lo stesso metodo di “falsificazione narrativa” adottato da Scorsese nel docufilm sulla Rolling Thunder Revue. Eppure, tutti i cerchi si chiudono, la fragranza e la passione – una febbre che abita ogni pagina – prevalgono e avvincono, spingendoti regolarmente in zona autenticità.

Cosa è stata la Band? Forse il più celebre mistero rock di sempre, compagine tutto sommato schiva rispetto alla discografia, al potenziale e al grado di coinvolgimento nella scena musicale della sua epoca. A partire dal nome: per anni furono conosciuti come The Hawks in quanto emanazione del leader Ronnie Hawkins, ragione sociale che mantennero anche quando si resero indipendenti e fino alla soglia dell’album d’esordio, quando scelsero una denominazione che ne sottolineava l’appartenenza a una dimensione più musicale che mediatica, in bilico tra il particolare, il generale e l’universale. The Band: i ragazzi dietro e attorno a Dylan, a sostanziarne la controversa rivoluzione fatta di fantasmi elettrici più antichi e stratificati di quanto il pubblico non fosse disposto ad accettare e a comprendere. Il racconto del tour mondiale del 1966 è sconcertante, colpisce l’ostilità profonda e sistematica del pubblico, tutti quei fischi assordanti e il lancio di oggetti senza posa contro l’idea stessa dell’elettrificazione del menestrello: e Dylan che subisce ma non si piega, si ostina a credere in quel suono e nella Band (che i suoi manager volevano liquidare), lo sguardo come al solito piantato nel futuro.

Quel suono: stratificato in anni e anni di viaggi, luoghi, incontri, ascolti, antagonismo, dipendenza, sconfitte, tenacia, passioni. Radicato, ramificato, germogliato dal fango dell’anima, proiettato in direzioni ignote ma – quel che conta – ubriacanti, irresistibili. Un suono che nell’isolamento della strana casa rosa – e nella precarietà delle circostanze – trovò la connessione con gli spiriti giusti, ridanciani e terribili, le voci languide e febbricitanti di un’epoca sul punto di frantumare prassi, valori, tempo, spazio. In questo senso, la lunga ascesa narrata da Robertson fino al successo di Music From Big Pink e dell’omonimo secondo album, non è solo un (godurioso) esercizio di nostalgia, ma anche una ben strutturata e radicale critica a ciò che oggi viene tagliato fuori in partenza dal processo produttivo e (quindi) dalla visione della musica, da ciò che può essere e rappresentare.

Testimony è un memoir rock bellissimo, nonché un affresco spietato e struggente di un’epoca ahinoi forse definitivamente perduta.

Voti
Amazon

Le più lette