Recensioni

A luglio 2006, al termine di una sudata esibizione in quel catino chiamato stadio San Siro, Robbie Williams deteneva e custodiva lo scettro di Re indiscusso del pop di tutta Europa. Gradasso e adorato sex simbol, negli anni precedenti aveva sfanculato i Take That per andarsene da solo e litigato con un Liam Gallagher che gli dava del ciccione; si era drogato e alcolizzato; aveva superato indenne la maledizione dei 27 anni pubblicando singoli capaci di fare la storia del pop inglese moderno (Angels); aveva sfornato pupazzate stilosissime (Millenium, che quasi ruba il posto a Daniel Craig per 007) e confezionato duetti swing (Something Stupid, cover di Mr. Frankie Sinatra – e figlia – in compagnia di Nicole Kidman fresca di oscar); bisticciato furiosamente contro il bigottismo a stelle e strisce precludendosi definitivamente il mercato USA (i famosi 10 secondi tolti al videoclip di Rock DJ). Il concerto meneghino e il tour di quell’anno riuscirono abilmente a mascherare i primi passi falsi di un Williams che, staccatosi dal produttore Guy Chamber, pubblicava prima Rudebox (album dal taglio elettronico con, tra le altre, la collaborazione dei Pet Shop Boys) e poi, tre anni più tardi, l’imbarazzante Reality Killed The Video Stars, con un parterre di produttori quali Trevor Horn e Mark Ronson (oltre al rientrato Chambers).
Tra i fatti recenti: una reunion con i Take That (Progress) che si commenta da sola, un fidanzamento con prole, l’ossessione per gli UFO che quasi gli costa un TSO, e un “buen” ritiro nei prima odiati e poi amati USA. E dunque Take The Crown, l’ultima wild card che lasciava presagire un’ammissione di colpa e, invece, non esaudisce né i desideri del pubblico generalista né quelli dei fan.
Robbie, che tra le attitudini non ha mai avuto il rock, decide d’affidarsi a Jacknife Lee, che in curriculum può vantare gente come U2 e R.E.M. (di cui ha cercato di ringiovanire il sound) ma anche The Drums e Two Door Cinema Club. Il risultato? The Killers che coverizzano gli U2 (All That I Want, Hunting For You, Not Like The Others). Un minestrone riscaldato e sciapo in cui, con l’aiuto (?) di due pischelli provienienti dagli Undercolours troviamo un bolso papà Williams a dispensare, tra gli uuh e gli ooh, consigli di saggezza per le giovani generazioni (Be A Boy). Into The Silence o il singolone Candy – bannato dalla BBC1 perché non in linea con il palinsesto e scritta a quattro mani con Gary Barlow – dimostrano ancora quanto il Take That ci sappia fare, ma nel resto della tracklist c’è troppa svogliatezza e stanchezza.
Con un giro da X-Factor, Robbie i conti li farà ancora tornare, ma sono lontani i tempi degli stadi e delle ballad con l’accendino. Take The Crown non risparmia nulla, neppure le paternali. I sudditi stiano tranquilli, a Buckingam Palace non sono previsti smoking rosa e sneakers blu.
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