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Dopo l’esperienza dei Soft Machine e la parentesi (chiusa e quasi riaperta) altrettanto felice dei Matching Mole, che si aggiungeva all’esordio solista The End Of An Ear (1971), Robert Wyatt era già il mentore, il “capo spirituale” di quella sorta di “scuola” del rock sperimentale, fucina di talenti del progressismo / progressista che era diventata la scena di Canterbury. È proprio nell’anno di uscita del suo primo album che Wyatt comincia a lavorare al materiale di Rock Bottom, pensando al mare in una Venezia già musa ispiratrice per lunghi secoli. Tre anni in cui si annida l’esperienza dei Matching Mole, sorta di continuazione di quei Soft Machine dal destino ormai segnato dopo il definitivo abbandono del creativo batterista: due bellissimi album (Matching Mole e Little Red Record) e, dopo il momentaneo scioglimento, l’immediata reunion nel 1973 e il terzo album in cantiere. Ma sarebbe successo qualcosa di lì a poco, nel giugno dello stesso anno, che avrebbe cambiato radicalmente la vita del musicista inglese e, di conseguenza, avrebbe dato uno scossone a tutto ciò che girava attorno al suo mondo. Durante un party, ubriaco, Wyatt cade dal terzo piano di una palazzina e rimane paralizzato dalla cintola in giù. Dovrà passare il resto della sua vita su una sedia a rotelle, destino mostruoso per un uomo e ancor di più per un batterista.

È difficile esprimere qualsiasi parere su Rock Bottom senza fare riferimento a questo tragico episodio, che ha inciso in maniera indelebile e forte sulla personalità umana ed artistica di Robert Wyatt. Come lui stesso ebbe a dire: “In Rock Bottom e nelle cose successive mi riconosco ma il mio Io adolescente, il bipede batterista… non lo ricordo e non lo capisco. Mi costa fatica parlare di com’ero prima; (…) vedo l’incidente come una specie di linea di netta demarcazione tra la mia adolescenza e il resto della mia vita”. E in effetti, la sua musica cambia radicalmente e in maniera irreversibile dopo l’incidente e questo splendido album, notturno e pacato, riflessivo e profondo come il mare, lontano anni luce dal jazz-rock dadaista degli esordi, è la prima testimonianza di questa trasformazione. Abbandonata la batteria, Wyatt si dedica alle tastiere e al pianoforte e raccoglie a sé una formazione di amici e colleghi che non hanno bisogno di presentazioni, tra cui Mike Oldfield (chitarra), Hugh Hopper (basso) e Fred Frith alla viola. In cabina di regia siede un altro personaggio, di sicuro il più noto: il batterista dei Pink Floyd Nick Mason. Inevitabili le influenze dell’illustre produttore, evidenti nelle dilatazioni psichedeliche dell’organo in Alifib o nei tratti più marcatamente floydiani di A Last Straw. Con la differenza che a tessere le melodie, a organizzare la materia musicale e ad esprimerla è sempre il genio di Wyatt, che gioca con la sua debole e acuta voce, spesso utilizzando onomatopee e nonsense per usarla come se fosse uno strumento puro.

Anche se non è esplicitato nei titoli, Rock Bottom può essere inteso come una grande suite, dove più che di brani si farebbe meglio a parlare di momenti. Momenti che ritornano (Little Red Riding Hood Hit The Road), altri che si dissolvono nel nulla (Sea Song), ma tutti collegati da un filo rosso rappresentato dal carattere di questo disco, intriso di dolce tristezza. Solo Little Red Riding…, con il suo spasmodico incedere, i fiati e la batteria in evidenza e il sound massiccio e sfasato, rievoca, come in un deja-vu, un passato già lontano e irriconoscibile, eppure così tremendamente prossimo. Da questo incontro-scontro tra passato e presente nasceva il nuovo Wyatt, il più maturo, il più solitario. Il più geniale.

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