Recensioni

Il cinema di Robert Zemeckis è da sempre indirizzato – principalmente – verso un obiettivo ben preciso: instaurare un dialogo tra due mondi servendosi del mezzo che ha a disposizione. Lo è fin dall’esordio del 1978, 1964: Allarme a New York arrivano i Beatles!, dove già un Zemeckis appena 26enne cercava di mettere in contatto il mondo dello showbusiness, quello finto e costruito dai media, con l’immaginario partorito dalla mente di quattro fan sfegatate. Passato e presente dialogavano incessantemente nella mente di un Marty McFly catapultato trent’anni nel passato, dove il confronto tra due diverse generazioni teneva unito il proverbiale e fantastico (e filosofico) discorso sul tempo (Ritorno al futuro), così come verità e menzogna danzavano sul filo del rasoio in tentativi affascinanti quali Le verità nascoste e Allied – Un’ombra nascosta.
Tuttavia, se dovessimo accostare Benvenuti a Marwen a uno dei precedenti lavori del regista di Chicago, dovremmo praticamente citarli tutti (si pensi alla parabola edificante di Flight o al ricorrere al documentario come materia prima ugualmente al The Walk di tre anni fa), poiché si tratta probabilmente della summa – anche se non definitiva – di un modo di concepire il mezzo cinematografico, del suo elevarlo a suprema forma di comunicazione e perfetta congiunzione tra mondi, dimensioni, portali della mente (non ultimo tra il live-action e la CGI). Nella vicenda di Mark Hogancamp, artista newyorchese barbaramente picchiato a sangue e privato di tutti i suoi ricordi, Zemeckis ha la possibilità di trasformare la storia (tragicamente) vera in storyline, con la figura di Mark sdoppiata sia in quella del mite e insicuro protagonista reale, affetto da stress post-traumatico e da una dipendenza da farmaci – che sottilmente suggerisce quanto sia esteso tale problema negli Stati Uniti – che in quella del Capitano Hogie, impiegato in Belgio durante la Seconda Guerra Mondiale nel fittizio paese di Marwen, dove è difeso da un gruppo di donne combattive e formidabili. L’ennesimo personaggio attraverso cui mettere in scena una nuova rappresentazione della realtà cinematografica, la stessa che a un certo punto cita perfino se stessa (con la comparsa in campo della mitica macchina del tempo) in un cortocircuito che da qui in avanti dovrà settare i suoi ingranaggi su nuovi codici di interpretazione.
Mark Hogancamp non è Forrest Gump. La sua visione ingenua della vita e della realtà che lo circonda non è un fattore istintivo e naturale, è una conseguenza del trauma subito, di una deformazione provocata a suon di calci, il risultato di un odio immotivato e per questo molto più spaventoso, proprio come lo erano i nazisti al tempo del secondo conflitto mondiale. Ecco il perché del ritorno a quei tempi bui, quando ancora si potevano operare distinzioni tra eroi e cattivi (e quando per una volta gli americani erano i buoni), quando il destino dell’umanità era in seria discussione. Nell’era trumpiana, poi, una narrazione che in maniera semplice e organica – con un target rivolto anche ai più piccoli – tiri in ballo temi come l’alcolismo, la dipendenza da farmaci, l’omofobia e metta in scena un gruppo eterogeneo di donne forti ed esemplari, non è affatto da sottovalutare, e Zemeckis usa tutti questi temi – approfittando furbescamente anche del favorevole momento storico – e li dona al proprio pubblico, rimarcando ancora una volta l’importanza della fantasia quale angolo prediletto per arginare le difficoltà dell’esistenza, denunciandone al contempo il suo pericoloso rischio di assuefazione.
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