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Minimum Fax

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Quella che ci regala Robin D.G. Kelley nel suo Thelonious Monk – Storia di un genio americano è una lezione rara di autodisciplina, ottimo giornalismo musicale, pregevole ricerca storica e buona scrittura che dovrebbero mandare a memoria in molti. Il risultato del suo lavoro certosino e puntuale non è un libro ma una bibbia: 800 pagine totali suddivise tra le 600 dedicate alla parabola artistica e biografica del pianista americano e le ben 200 riservate a note, appendici e ringraziamenti. Dati utili a dare il metro del lavoro enorme dietro a un volume che Minimum Fax ha tradotto e pubblicato nel 2016, ma originariamente uscito per Free Press nel 2009.

Un libro che non è solo una biografia, ma anche la ricostruzione dell’America jazz dagli anni Quaranta fino alla fine dei Settanta, nonché uno spaccato di vita vissuta tratto dall’epopea di quello che è stato il momento d’oro della musica afroamericana per eccellenza, con personaggi come Duke Ellington, Miles DavisBud Powell, Max RoachJohn Coltrane, Art Blakey, ma anche Charlie Rouse, Sonny Rollins, Oscar Pettiford, Dexter Gordon, Charles Mingus e molti altri chiamati a incrociare la strada dello stesso Monk.

Nel testo c’è tutto: gli esordi carbonari del “Gran Sacerdote del bebop” a cui si arriva attraverso un addestramento musicale poco ortodosso che passa per scuole pubbliche, insegnanti privati ed esperienza sul palco; la nascita del bebop al Minton’s Playhouse di New York e il successo ottenuto da Charlie Parker e Dizzy Gillespie ai danni dello stesso Monk (da cui partono molte delle idee che caratterizzeranno la corrente jazzistica in oggetto, e a cui addirittura Kelley fa risalire il conio involontario del termine – Bip Bop era il titolo di un brano del pianista, mai finito su disco); i dissapori con Miles Davis e la difficile scalata verso la notorietà – esplosa soprattutto negli anni sessanta – suggellata inizialmente da ristrettezze economiche e dalla scarsa comprensione della sua musica da parte della critica specializzata; il grande amore per la moglie Nellie e l’amicizia con la ricca ereditiera appassionata di jazz Nica, quest’ultima fondamentale supporto (economico e non) nei momenti più difficili della vita di Thelonious e a cui il Nostro dedicherà il brano Pannonica; lo stile pianistico originale e capace di definire uno standard innovativo in bilico tra dissonanza, tradizione (soprattutto quella di Duke Ellington) e grande creatività; i comportamenti eccentrici in pubblico figli anche di un disturbo bipolare che si trascinerà fino alla morte del musicista avvenuta nel 1982; l’impegno a favore della comunità afroamericana – poco pubblicizzato ma presente – e la grande amicizia con John Coltrane, Bud Powell e Elmo Hope.

È davvero impressionante la mole di informazioni racchiusa in un libro che alle volte diventa quasi fin troppo enciclopedico, sacrificando un po’ di leggibilità sull’altare della completezza informativa. Anno per anno, tuttavia, viene radiografata efficacemente la carriera di uno dei più grandi jazzisti di sempre, con tanto di riferimenti sia agli eventi biografici più spiacevoli (la morte di famigliari, i problemi con la giustizia, i ricoveri in centri per la cura di patologie mentali), sia ai grandi successi internazionali (con tour in Europa, Giappone e Messico), sia ai rapporti con le etichette discografiche.

A un certo punto del testo si leggono alcune parole del pianista rivolte allo scrittore Frank London Brown: «Sai, hanno cercato di farmi passare per matto. Ma a volte hai tutto da guadagnarci se pensano che sei matto». A parte l’ironia di fondo, certo è che spesso è destino degli innovatori – e il Nostro lo era – essere presi per pazzi o non essere compresi appieno. Paradossalmente sarà più o meno quello che accadrà anche al free jazz e a personaggi come Ornette Coleman, che lo stesso Monk liquiderà con un – forse non troppo serio – «Queste cose io le facevo venticinque anni fa, però mica in tutti i pezzi». Anche questo era il grande Thelonious Monk.

10 Settembre 2018
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