Recensioni

7.1

Avere sessant’anni – appena compiuti il 3 marzo – e non sentirli minimamente. Robyn Hitchcock li ha festeggiati in pubblico lo scorso 28 febbraio a Londra, con uno show riassuntivo della carriera, ormai lunga e celebrata, dal 1976 dei Soft Boys agli ultimissimi album, registrati con i Venus 3 (Bill Rieflin, Scott McCaughey e Peter Buck).

In Love from London, prodotto da Paul Noble – che vi suona le tastiere e il basso -, già presente nel precedente Tromsø Kaptei uscito un paio di anni fa solo in Norvegia, Robyn ritorna ad un suono più prodotto e pieno, dopo la tanta psichedelia assortita condivisa con l’ex R.E.M. e sodali.

Nel disco predominano suoni elettrici e nervosi, più pop-rock e wave oriented, che segnano un ritorno a un bel po’ di anni fa, al suo periodo dopo i Soft Boys; musica che, secondo quanto ammette lo stesso musicista inglese, “riflette il periodo caotico che stiamo vivendo, in forte pericolo di collasso economico ed ambientale, in cui la gente però può farsi sentire e dire la propria”. Nel suo caso con l’impegno ecologico e soprattutto con la musica, “il vecchio caro rock’n’roll”.

Robyn medita su questi temi in Love from London, definendo le sue canzoni “quadri che si possono ascoltare” (del resto tanti suoi dipinti sono finiti nelle cover degli album, e nello stesso tempo ogni canzone è un affresco), con il consueto piglio trasversale, mostrandosi ancora una volta centrato. Un ritorno molto gradito, come quello di un vecchio amico.

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