Recensioni

Immaginate di aspettare 37 anni. Facendo qualsiasi cosa, bella o brutta, della vostra quotidianità. Non propriamente un lasso di tempo breve. Immaginate ora di essere una band che aspetta di pubblicare il proprio esordio (pseudo)ufficiale. A memoria, torna in mente solo il caso dei detroitiani Death, ma lì si trattava di una riscoperta, anche se poi i tre si sono pure riformati. Quello dei Rocket From The Tombs, invece, è proprio uno di quei casi limite che ogni tanto si ritrovano nella storia del rock’n’roll. Uno di quei progetti intorno a cui la leggenda si è spesso mischiata al mito, senza che praticamente nessuno avesse avuto modo di mettere le mani su qualcosa di tangibile se non con qualche rara eccezione: giusto un cd di “live-radio and concert tapes” del 1975 (The Day The Earth Met The Rocket From The Tombs, 2002) e un altro live in studio post-reunion da vendersi come tour-cd (Rocket Redux, 2004).
L’esperienza di questa band di Cleveland fu infatti breve e stitica come solo quelle delle leggende costruite sul nulla sanno essere. A parlare per i RFTT fu la filiazione diretta, per non parlare dei discendenti indiretti: da un lato i Pere Ubu di mr. David Thomas, dall’altro i Dead Boys di Cheetah Chrome, al secolo Gene O’Connor. Entrambi presenti nella prima incarnazione della band e entrambi presenti ora, in questo primo studio-album ufficiale, insieme al bassista originale Craig Bell e coadiuvati da due partner di rispetto: Steve Mehlam, attuale batterista dei Pere Ubu e l’ex-Television Richard Lloyd alla seconda chitarra a sostituire il defunto Peter Laughner. Un parterre de roi per una uscita che rinvigorisce il mito e dimostra come la classe non sia acqua e che il tempo sia un peso solo per i poveri di spirito. Barfly suona infatti al tempo stesso classico, come se fossimo nel 1975, e fresco, come se i Pere Ubu si fossero abbeverati alla fonte dell’eterna giovinezza.
Guitar-rock iper-vitaminizzato (I Sell Soul), giocose retro-indagini sulla storia del rock (gli echi della The Gift velvetiana a far da scheletro portante a Good Times Never Roll), garage-rock psych & groovey come dei Dead Kennedys sotto metadone (l’indolenza del cantato di Six And Two), crooning amaro, ironico e arty (Romeo & Juliet), rock al guado tra americana e southern-rock (Pretty), punk-rock 70s retro-futurista e icastico (Anna), sarcastici carrarmati pereubuiani prima dei Pere Ubu (Sister Love Train), ballads incestuose rette da un miagolante Thomas (Birth Day), mai come ora in forma e lucido nel tirare le fila del suono della sua band primigenia.
Si dirà delle assonanze col gruppo di Thomas (impossibile negarlo), si dirà che è musica datata (ma era nelle intenzioni del quintetto), si dirà che non ci piacciono le reunion (anche se qui non c’è lo scopo di lucro), ma quando si è a tali livelli possiamo anche fregarcene di tante chiacchiere. Facciamo conto che il tempo si sia fermato. O meglio, che sia tornato indietro.
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