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Lo scrittore Ewan McGregor, il suo nome non è mai rivelato nel film, accetta malvolentieri di diventare il ghostwriter (come da titolo originale del film, The Ghost Writer, 2009) dell’ex primo ministro inglese Adam Lang, Pierce Brosnam, e di recarsi su un’isola antistante al New Jersey dove il politico si è ritirato e vive. Presto il protagonista si accorge degli strani eventi che sono accaduti e che accadono tutt’attorno a lui.

La messa in scena di Roman Polanski parte da un romanzo di Robert Harris, The Ghost, ed è piena ed energetica, contemporanea e, allo stesso tempo, fedele al marchio del regista. Alfred Hitchcock è avocato, eletto. Tra il dentro e il fuori, le luci e le ombre, tutto è presto schierato. Gli attori, su tutti Olivia Williams, l’ex first lady, si affidano pedissequamente a un plot perfetto e alla mano Kim Cattrall, la segretaria molto particolare di Lang, è meritevole e contribuisce alla costruzione di questa catabasi nel potere politico e delle sue derive.

Pare sovente di essere mossi all’ironia durante la visione, si passi la forzatura, a causa dello straniamento infuso alle vicende, dell’andamento di un thriller illuminato dalla verve di Polanski. La colonna sonora incalzante e ben ponderata di Alexandre Desplat si articola in una venatura ilare che sottende tutto quanto è mostrato e i due protagonisti maschili hanno molto della coppia comica classica. Brosnam gigioneggia manifestamente, Mc Gregor pare la pantomima del reporter classico che beve solo whiskey e non capisce il senso del vino bianco.

C’è un valore sotteso fondamentale in questo film, un altro modo di vedere le cose più importante e meritevole. Tutto sta nel riconoscimento del ruolo dell’opinione pubblica libera, reale arma propria dei paesi anglofoni, nella sua capacità di sostenere tesi, combattere battaglie e apportare cambiamenti rivoluzionari. Questo è l’intento di Roman Polanski. Anche un politico come Adam Lang, “una moda”, come lo definisce Mc Gregor, può essere messo in discussione e, alla fine, da parte. Ancor più specificamente sono la carta stampata, i giornali e, infine, la forza testimoniale della parola scritta, quanto è onorato dal regista qui. Si semplifichi così, nell’ordine. Un mcguffin cartaceo, come prologo: la revisione di un libro lasciato incompiuto. Un giornale letto in aereo, per avvicinasi all’incarico. Un comunicato stampa scritto quasi per gioco, per ritrovarsi complici del proprio dominus, come dice la segretaria allo scrittore. Un antico gioco filologico alla Eco e un bigliettino passato di mano in mano, per svelare tutto, per distanziarsi da quanto visto e scoperto, per denunciare. Una tempesta di fogli volanti, nella Londra degli editori – splendido il cammeo di James Belushi che “raccomanda” il cuore – per la meravigliosa sequenza finale del film.

Una sostituzione amaramente ironica è messa in atto nell’ultimo film di Roman Polanski, Orso d’Argento a Berlino nel 2009. Una terza sfumatura, la più sincera probabilmente, la più intima. Lang non è altro che Polanski stesso, chiuso nella sua villa su un’isola blindata in attesa che qualcuno chiarisca la sua posizione allo stesso modo in cui il regista aspetta in uno chalet in Svizzera che si decida del proprio destino. Speriamo l’esito sia diverso.

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