Recensioni

Granello di una creazione collettiva, artista completista, cantore impegnato/diviso fra senso e cultura politica, Romulo Froes è tutto questo e pochi – diciamo la verità – lo sapevano. Sulla carta è uno dei nomi più vispi – a soli 43 anni suonati – del panorama post samba di San Paolo e la risoluzione gli va stretta. Forma un gruppetto, i Losango Caqui, sul finire dei ’90, ma anche quello gli sta stretto, poi un EP nel 2001, un primo album, Calado, nel 2004 – dove esprime il massimo del samba che le sue vene possano irrorare. In solo…si fa per dire; Froes da solo non sa stare, però se proprio di gruppo si deve parlare allora lui non può che esserne il capo, il demiurgo, il poeta.
Insomma è un personaggio difficile da spettinare, riesce a stupire mentre lo si etichetta e scappa quando i giornalisti iniziano a dannarlo in terza persona. Pare sia venuta l’ora di sdoganarlo in Europa. Il samba degli inizi, quello di Calado e Cao che già mostrava segni di jazz strinato, tende a slabbrarsi ancora e a corroborare i legni. Le semitonalità della bossa, le sperimentazioni fra avant e sostegno armonioso gli dannano le notti e mitigano poco la saudade. Numi tutelari di cotanta scienza, i paulisti Preme, la dolcezza di Caymmi e Jobim, i canti degli anni ’20. Tutto il repertorio insomma. Il disturbo più vistoso lo si ha nell’avventura intrapresa sotto ragione sociale Passo Torto con Kiko Dinucci, Marcelo Cabral e Rodrigo Campos (due album all’attivo, omonimo nel 2011 e Passo Eletrico nel 2013), vecchi e attuali compagni di merenda che deviano il percorso verso una narrazione più spiritualista, affare solerte e sinuoso, pieno di munificenza musicale.
Già il precedente Um Labirinto Em Cada Pé del 2011 riusciva in tutto e per tutto: un ruggito rock da felino blues, un’ugola che sapeva di tempera, viziata dai giri di basso presso un conforto fatto di ritmica e assoli mormoranti, levigati. Con Barulho Feio – che tradotto significa “rumore fastidioso” – suo sesto ed ultimo lavoro in studio per Yb music non si scherza più: la bossa sotto tiro con corde a spasso per lo studio, chiavette semoventi e accordature alla carlona, fiati che spruzzano, non soffiano, “bluesacchione” da sax poco incline ai binari a firma Thiago França, musicista che sa ben calibrare freeform e dolcezze.
Voci esterne, fuori palco, che richiamano, sorprendono (Não Há, Mas Derruba) e tanta acustica che gioca in presa diretta, seminagioni di storia che sono quasi fado, l’elettrica di Guilherme Held che sa di onde Martenot (Pra Comer), la sospensione (Como Um Raio), il canto solo e cullante di una pausa con corona (Poeira), la cinematica sfocata (Espera, ò, Cade), l’urlo deflagrante che sferruzza in uno scompenso aritmico (Se Você Me Quiser). E non è più samba e nello stesso momento è puro samba, anche quando sembra solo una gommalacca unghiata (O Que Era Meu) o un carillon dopo una centrifuga (Para Ouvir Sua Voz). Album soprendente e artista di foggia sopraffina.
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