Recensioni

7.4

Se già L’Ultimo Re aveva dato prova di come il progetto di Bruno Dorella fosse divenuto in realtà band a tutti gli effetti – capitanata sempre dagli umori del milano-berlinese, ma coesa nella sua formazione a quartetto e non più piacevole vittima della “gentile tirannia” del suo mentore – Fenice consolida la sensazione. Si respira infatti l’influenza sia della new-entry Paolo Mongardi dietro le pelli, sia del collaudato terzetto Dorella, Nicola Ratti (entrambi alle chitarre), Chet Martino (al basso) come di un corpo unico nel percorso creativo oltre che nella realizzazione. Ne esce un album che, come da titolo, ci tiene ad autodefinirsi come una sorta di rinascita o, al limite, ripartenza, da giocarsi lungo gli assi portanti dell’integrità e della malinconia.

Integrità soprattutto nel seguire un percorso musicale proprio, che con vari aggiustamenti sta divenendo marchio tipico della casa in grado di giocarsela alla pari con campioncini del genere (vedi alla voce Earth). Un sound strumentale, ricercato, variegato e coeso nel suo sfruttare piglio cinematico, rimandi southern, epopee post-morriconiane, rock desertico e fonderlo con slanci di ricerca e sperimentazione. Vedi alla voce Jambyia – un post-western dal ritmo trascinante, rotto di quando in quando da svisate post-cameristiche e avant – o Selce, riflusso ancora morriconiano che regredisce verso una visione psichedelica à la Jodorowsky.

Ad aleggiare su tutto però una evidente malinconia di fondo. Cinematicamente folkish, come nella sospesa title-track arricchita dagli archi di Nicola Manzan, soffusa e confusa negli arpeggi di Nord, struggente e a tratti infantilmente devastante un po’ ovunque, col suo picco nei ricordi d’infanzia affidati alla It Was A Very Good Year tratta dal repertorio di Frank Sinatra, risuonata all’organetto dal padre di Bruno e impreziosita dalla voce sognante di Emma Tricca. Quattro minuti di molle dolcezza antica che se il mondo fosse gusto, finirebbero di diritto nel repertorio più inconsueto di mr. Quentin Tarantino.

Un album di rinascita come da titolo, che apre a nuove possibilità mantenendo la propria identità e giocando di continuo con l’immaginazione dell’ascoltatore. Una rinascita più ideologica che strettamente musicale, in definitiva, ma le cose sono consequenziali.

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