Recensioni

5

È sicuramente piacevole il modo in cui Rose Elinor Dougall approccia una nuova prospettiva da cantautrice impegnata, desiderosa di offrire il proprio sguardo su politica, società civile e imminenti catastrofi. E così il terzo album della cantautrice inglese già attiva nelle Pipettes, classe 1986, si vorrebbe imporre come un lavoro essenziale che guarda negli abissi del 21° secolo, osservando la Brexit come un’apocalisse. Pianoforte, chitarra e voce suadente sono gli ingredienti base delle dieci canzoni che compongono un disco stanco, pronto a virare su lidi rock provando riff accesi e violini paranoici ma non riuscendo mai veramente nell’intento di offrire una sonorità matura e accattivante. Nel disco suona anche il fratello di Rose, Tom, cantante dei Toy, che si porta dietro i compagni della band Maxim Barron e Max Claps. Tutto in famiglia, peccato non basti a farne un lavoro solido e centrato.

A New Illusion vorrebbe, vorrebbe molto. Ma non può. Nell’istinto essenziale che la Dougall pone come fil rouge di tutta l’opera traspare una fragilissima ossatura compositiva, che pare non aver ben capito la lezione di cantautrici resistenti come Sandy Denny, Bridget St John e Anne Briggs.

Se la musicista inglese ha l’abilità di creare un sound rilassato e pungente, ciò che le manca è l’atteggiamento scomodo, il sangue, la rabbia. Tutto è estremamente dolce, nitido, sognante; non c’è urgenza, non c’è lo scatto doloroso, lo strappo fra il prima e il dopo. Si parla di Brexit ma sembra l’analisi inebriante e romantica di una nuova storia d’amore; non era ovviamente necessario scomodare tematiche calde e attuali per poi disattendere le ampie aspettative di chi si aspettava un lavoro più maturo dei precedenti. A New Illusion è un disco accogliente mentre vorrebbe essere spigoloso, desolato. Il calore dei dieci brani sembra andare alla ricerca di un’ansia lontana, difficile da ritrovare mentre la voce della Dougall prova a farsi livida, piegandosi su se stessa ma non troppo, come una resistenza automatica al concedersi troppo, nella verità del cantato.

Sebbene le influenze siano chiare – le bizzarrie firmate Laurel Canyon, i gruppi psych di metà anni Sessanta, il baroque pop degli Honeybus – rimane tutto abbastanza piatto sulla tavolozza dei colori; rispetto al disco precedente pare che la Dougall abbia vissuto un ridimensionamento emozionale, che la priva di slanci e aperture sonore. Dove il ritmo lento e opaco di That’s Where the Trouble Starts si avventura in una sconfitta cantautorale, Take What You Can Get, vive di una lussureggiante e inadeguata ritmica pop. Se la title-track è un classico brano indie-pop dall’approccio spogio e svogliato, la ballad pianistica sfoderata in Something Real sostiene un’emotività stanca, virando su lidi nineties, tanto accessibili che fanno della semplificazione la loro matrice musicale.

Quella avanzata da Rose Elinor Dougall appare proprio come l’illusione di una promessa, totalmente mancata.

 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette