Recensioni

6.9

Scriviamo musica che parla della vita ma anche di dove siamo, di dove stiamo andando, di quello che stiamo cercando. Scrivere musica significa mostrarsi attraverso le proprie emozioni”. A parlare sono Brookln e Ruth Dekker, marito e moglie nonché titolari del moniker Rue Royale. Due che bolleresti seduta stante come le persone più scontate sulla faccia della Terra.

Insomma, mica ci volevano loro per spiegarci che il senso della musica sta nell'intercettare l'arte di chi suona da parte di chi ascolta, men che meno per sottolineare il bagaglio emotivo che tutto il processo si porta appresso. Eppure, nel caso della coppia con base a Nottingham, l'ovvietà che cogli in certi interventi, quella stupefacente ingenuità tautologica, sembra l'unica via percorribile. Una naturalezza sgombra dai ruoli preimpostati che i due guadagnano in primis attraverso le dinamiche di coppia (“Cerchiamo di differenziare i coniugi Dekker dai Rue Royale e lo facciamo tra una città e l'altra, magari in un bar, per un paio d'ore. Cerchiamo di essere i Dekkers per almeno un po' di tempo, tutti i giorni”) e poi con il folk-pop minimale che propongono. Quest'ultimo essenziale nelle melodie, nella strumentazione (chitarra acustica, grancassa, qualche percussione, pianoforte/tastiera e poco altro) e nella scrittura, almeno quanto naturale e senza sovrastrutture è il rapporto personale che lega i due musicisti.

Parliamo di folk pop ma potremmo anche chiamarlo blues. Per lo meno per certe malinconie che emergono da brani come Flightline o Crater, esemplari nel definire un immaginario acustico solo con le due voci e la chitarra. Contraltare di un istinto pop che nel precedente – omonimo e autoprodotto – album della formazione badava all'auto-sussistenza o poco più e qui invece abbraccia una varietà strumentale maggiore, una nuova consapevolezza formale. Suggestioni che nell'iniziale title track e nella successiva Halfway Blind definiscono un po' i canoni dell'attuale suono Rue Royale: voci suadenti, pianoforti a scomparsa, fingerpicking e un'armonia di fondo che soppesa ogni dettaglio in funzione dell'insieme. Il risultato è un disco di sostanza che, pur non scoprendo nulla di nuovo, ha il pregio di costruire un immaginario in cui è piuttosto facile ritrovarsi.

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