Recensioni

“My mother is in hospital / my sister is at the opera / I’m in love but let’s not talk about it / there’s so much to tell ya”. Con questi versi della conclusiva Zebulon, Rufus Wainwright stabilisce un rapporto mai così intimo con l’ascoltatore: sì, sono innamorato, ma ci sono cose più urgenti di cui parlare ora. L’autore canadese non nasconde il travaglio personale che contraddistingue la realizzazione di questo All Days Are Nigths: Songs For Lulu, scritto e registrato durante la malattia della madre e la conseguente scomparsa. Sebbene sotto forme anche profondamente diverse, l’intimità pervade tutte le dodici tracce, ma Zebulon rimane l’unica esplicitamente dedicata alla madre e a essere stata composta dopo la sua morte.
Giunto al suo sesto album, e dopo il mezzo passo falso di Release The Stars, Wainwright opera una scelta piuttosto sorprendente per chi si è abituato al suo stile barocco e sovraccarico, nel quale spesso anche le buone idee sono state quasi soffocate da arrangiamenti eccessivi. Qui, almeno apparentemente, il lato più clownesco, da showman tout court, sembra essere messo da parte per dare spazio a dodici canzoni per piano e voce, tutte intimismo e romanticismo malinconico. Ecco, appunto: la voce. Mai così in evidenza, sostenuta dagli arpeggi dell’iniziale Who Are You New York?, con un sofferto ritornello che fa pensare agli episodi intimisti di Buckley figlio, o dall’upbeat dei due minuti di Give What I Want And Give To Me Now, dove invece riemerge il vaudeville, quasi che seppure si tratti di aprire il proprio diario familiare, Rufus Wainwirght non riesca a rinunciare a pensarsi su di un palco, per quanto piccolo e raccolto.
Famiglia tutta musicale (oltre che per la nota sorella, è l’attività anche di padre e madre) che diventa il fil rouge di quasi tutto il disco, a cominciare dall’esplicita Martha (“it’s your brother calling? / time to go up north and see mother / things are harder for her now”). Nella dolente ballata True Love, emergono più che altrove le influenze della canzone americana degli anni d’oro, da Tin Pan Alley alla tradizione del crooning, quasi a voler affermare un’appartenenza. La voce baritonale di Rufus Wainwirght è anche capace di suscitare le delicatezze necessarie per sostenere i tre sonetti shakespeariani: When Most I Wink (che ricorda certo modo di cantare di Thom Yorke), A Woman’s Face (forse il numero migliore del lotto) e Shame. Wainwright se ne appropria al punto che non c’è apparente soluzione di continuità con le altre canzoni.
All Days Are Nigths è un disco che dividerà il pubblico. Chi ha amato il Wainwright di Want One e What Two probabilmente vedrà questi quarantasette minuti come momenti interlocutori. Al contrario, chi pensava che le canzoni di Wainwright soffrissero per i troppi orpelli, qui ne ritroverà la musica in forma essenziale. Ma proprio perché così semplice, potente come poche altre volte.
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