Recensioni

6.9

La morte della madre e la nascita della figlia: difficile prevedere dove può portarti un doppio colpo emotivo del genere. Soprattutto se consideriamo che c'è di mezzo l'ipertrofica sensibilità di Rufus Wainwright. Stupisce abbastanza verificare che Out Of the Game, settimo lavoro per il trentanovenne canadese, riparte dall'essenzialità del precedente All Days Are Nigths: Songs For Lulu per portarla su quote e dimensioni diverse. Ovvero, pur non rinunciando a preziosismi e piroette sceglie di contenerle nel profilo d'un pop mai tanto composto, essenziale, efficace. Caratteristica quest'ultima che probabilmente molto deve al producer Mark Ronson, novello Spector del nuovo millennio, la mente dietro agli exploit di Adele, Lily Allen ed Amy Winehouse tra gli altri.

Un'autentica pletora di ospiti si muove con discrezione sullo sfondo, lasciando Rufus protagonista al centro della scena, istrione as usual però al servizio dei pezzi più che delle note ossessioni. Ballate che portano in dote malanimo e trepidazione, come puoi percepire nel folk indolenzito di Sometimes You Need (con la chitarra di Sean Lennon e un bel lenitivo orchestrale in coda), nelle ugge patinate della title track (come una Carly Simon colta da languori power pop) e soprattutto nella conclusiva Candles, dove l'afflizione ciondola ovattata tra organo e fisarmonica con la morbidezza elusiva di un Van Morrison a basso voltaggio. Un bolo caldo di spleen ed entusiasmo che cova anche nei siparietti più brillanti, come in Welcome To The Ball (frivolezze Queen e sfarfallio bandistico Sgt. Peppers), Rashida (glam colloso e cori da boudoir Prince), Jericho (la Band colta da fregole barocche) e Bitter Tears (qualcosa come Marc Almond sprimacciato Moroder).

Avrete capito che si tratta d'un lavoro tutt'altro che monocorde, del resto i frutti non cadono mai troppo lontani dall'albero. La (relativa) semplicità è solo l'esito di una profonda meditazione sulla propria cifra espressiva, come sembrano alludere tanto l'impasto soul-pop (non lontano dall'ultimo Destroyer) di Barbara – benedetto dalla chitarra di Nels Cline – e il caracollare southern strizzacuore di Respectable Dive. Detto questo, è indubbiamente un album piacevole ma pare mancargli qualcosa. Forse un po' di energia. Di incisività. Sembra spuntato, prigioniero di se stesso, come se Rufus si fosse accontentato di fare molto bene ciò che è al di sotto delle sue reali possibilità. Se il suo obiettivo era dribblare le critiche al volitivo ardore messo in mostra in Poses o nella coppa Want One/Want Two, potrebbe essere uno di quei casi in cui la cura fa non è migliore del male.

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