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Se volessimo porre le basi di una fittizia e ironica guerra tra showrunner, si potrebbe tranquillamente pensare a Ryan Murphy, a questo punto della sua già avanzata carriera di regista e produttore, come  all’anti-Shonda Rhimes. L’incondizionata fiducia del canale FX, uno stile registico inconfondibile e un vasto catalogo di serie antologiche e di progetti giunti al termine (dal musicale Glee alla comicità grottesca di Scream Queens, passando per il film tv The Normal Heart per la HBO), sono state il “biglietto d’oro” per uscire vincitore all’interno di un panorama televisivo più che competitivo che ogni giorno incassa i colpi delle piattaforme di streaming. Basti pensare che – in contemporanea alla storica American Horror Story e alla altrettanto ottima Feud: Bette & Joan – la serie antologica dedicata ai crimini più famosi della storia statunitense, American Crime Story, è riuscita a confermare la sua presenza nel palinsesto in sole due stagioni.

Arrivata dopo il grandissimo successo della stagione d’esordio, dedicata al famoso processo contro O. J. Simpson (Il caso O.J. Simpson), L’assassinio di Gianni Versace ripercorre anni/giorni/attimi che hanno anticipato la morte di uno degli stilisti italiani più famosi della storia della moda ed è la perfetta chiave d’acceso per entrare nelle sterminate e distorte segrete di un’America appena uscita con le ossa rotte dall’edonismo reaganiano e che continua a coprire le sue mille facce oscure sotto la bandiera democratica. Avvenuta davanti al cancello della sua sfarzosa villa di Miami Beach nel non-così-lontano 1997, l’omicidio di Gianni Versace (interpretato da un Edgar Ramirez all’inseguimento fisico e mentale dell’icona) è avvenuto per mano di un ragazzo omosessuale chiamato Andrew Cunanan (a cui presta il volto uno straordinario Darren Criss); da una parte, questo lutto portò Donatella Versace (una Penelope Cruz ossigenata e femme fatale) a dover prendere tempestivamente le redini dell’impero dorato creato dal fratello, dall’altra costrinse l’America a ragionare nuovamente sulla sua natura di paese ambiguo, conflittuale e pieno di pericolosissime derive xenofobe.

Fin dalle prime puntate dedicate all’assolato giorno dell’assassinio, si percepisce subito l’intento di voler creare qualcosa di totalmente diverso rispetto alla stagione precedente, pur mantenendone i toni da cronaca nera che ne hanno decretato il successo due anni fa. Con l’avanzare degli episodi, la serie si spacca a metà e prosegue su due binari (quasi) paralleli: mentre l’osannata e desiderata casa dei Versace è costretta ad affrontare la presunta malattia (HIV) del suo fondatore e il possibile passaggio forzato di testimone (questo è uno dei motivi per cui i veri Versace non hanno riconosciuto la serie come veritiera), l’esistenza del giovane Cunanan (e di tutti coloro che gli ruotano attorno) subisce gli effetti di una devastante crisi sociale che continua a relegare il mondo LGBT in un claustrofobico limbo di presunti “mostri psicopatici” (cruciale l’incapacità della polizia di definire la relazione tra Gianni Versace e il suo compagno di vita, interpretato da un convincente Ricky Martin). Una complicata fase storica di vite impaurite e vissute di nascosto, costrette alla marginalità e all’indifferenza (siamo nel periodo del famoso “Don’t Ask, Don’t Tell” clintoniano che costringeva i militari a non rivelare il proprio orientamento sessuale), come se tutti i movimenti di informazione e di integrazione partiti da quel fondamentale Harvey Milk di fine anni Settanta non fossero mai esistiti, ed è nel preciso momento in cui si nega il libero arbitrio o l’espressione del proprio essere che emergono i veri mostri, tragicamente alimentati dall’insaziabile mondo dei media (vedi alla voce Tonya, di Craig Gillespie).

L’assassinio di Gianni Versace concentra così le proprie energie negli elementi di un thriller psicologico dalle contaminazioni kitsch, in maggior modo quando sprofonda nella mente perversa di un assassino (e qui si nota il collegamento diretto con la cugina American Horror Story). I suoi ideatori cercano di trovare risposte soddisfacenti a folli intenti e ci riescono, pur trascurando totalmente la parte giudiziaria/poliziesca della vicenda, che invece era la forza de Il caso O.J. Simpson (con le sue brucianti questioni razziali). Utilizzando grandangoli deformanti, lente carrellate enfatizzanti, colori saturi e barocchi, accenti spagnoli per dialoghi che dovrebbero essere in italiano, l’ultima stagione di American Crime Story è un altro mortifero spaccato della recente storia americana che, al netto di un pomposo viraggio verso il trionfo estetico, stupisce per la ricostruzione del panorama socio-culturale e politico, donando ad un inquietante e truce Darren Criss il ruolo della sua carriera: spietato, alienato, iracondo, accecato dal desiderio di fama, ma anche frivolo, debole, ferito e alla ricerca di amore, il suo serial killer pieno di contraddizioni è la maschera dietro cui si nasconde l’America del tempo, divisa tra la fallace corsa a un sogno che non può più esistere e la crudeltà di un diffuso atteggiamento segregazionista e omofobo.

23 Aprile 2018
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