Recensioni

È disponibile su Netflix dal 18 settembre, la nuova serie di Ryan Murphy e Ian Brennan (co-autore di Glee) Ratched. Rispetto ai modelli letterario e cinematografico di partenza, dove l’attenzione era tutta incentrata sul manipolo di spostati e dissestati ricoverati nella clinica psichiatrica Lucia State Hospital, Murphy sceglie di focalizzare l’obiettivo su un controverso e ammaliante personaggio femminile: l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da Sarah Paulson. La serie racconta le origini della donna, un’infermiera che nel 1947 arriva nella California del nord con un curriculum invidiabile e desiderosa di lavorare nel prestigioso ospedale psichiatrico di cui sopra, dove vengono svolti esperimenti inusitati e spaventosi sulla mente umana.

Mildred ha un piano segreto da completare: la sua impeccabile eleganza e (presunta) devozione al mestiere saranno presto messe alla prova dal repentino incrinarsi dell’equilibrio di quel sistema sanitario soltanto in apparenza illibato e cristallino. Paulson, attrice-feticcio di Murphy e produttrice esecutiva, tra i tanti, della serie, è sensazionale e glaciale quanto basta per restituire la psicologia contorta dell’infermiera: pensiamo alla sequenza dove lei e la segretaria del sindaco della contea si recano ad un teatro di marionette e in cui il corrugarsi della fronte di Mildred e le lacrime a malapena trattenute accompagnano lo spettatore nel graduale disvelamento della tragica storia infantile che coinvolse lei e il fratello; oppure alla sua mimica per cui in certe scene sembra davvero non aver bisogno di “parlare” per comunicare un sentimento o uno stato d’animo particolare perché abilissima nel farlo con il solo movimento del corpo o contorcersi del volto. È insomma anche alla forza espressiva di Sarah Paulson che Ratched deve la sua riuscita e il suo successo, tanto più per averci fatto scoprire un’attrice così versatile e intensa.

Sarah Paulson è Mildred Ratched

Lo stile eccentrico e volutamente estetizzante di Murphy è poi riconoscibile ovunque, e soprattutto nell’architettura visiva generale: nella conformazione dei vani e degli spazi scenici; nelle scelte dei costumi e della scenografia pervenendo ad un minuziosissimo lavoro di riproposizione di un determinato periodo storico e culturale. Uno stile che percepiamo anche nella costruzione drammaturgica e per aver concesso spazio alla realtà di un amore lesbico e per l’epoca non conforme, quello tra Mildred e la segretaria del sindaco, interpretata dall’altrettanto brava Cynthia Nixon. E quindi per aver attraversato una storia già data, in un certo senso riscrivendola: rivisitandone aspetti e tematiche a partire da un’ottica più inclusiva e dalle vicissitudini di un personaggio originariamente secondario.

Tuttavia, nonostante il tono della serie sembri prediligere un’ impronta di genere vagamente thriller, Murphy la percorre soltanto superficialmente. La patina thriller, unita ad un sottofondo mèlo senz’altro più rilevante, avvolge pochissime puntate se non un numero esiguo di sequenze, rendendo l’intrigo e le macchinazioni di Mildred sempre più prevedibili e alcune volte abbastanza goffi. Non basta una colonna sonora affilata e pungente che accompagna momenti concitati e di tensione a ricondurci nei fitti angoli delle narrazioni hitchcockiane, né è chiaro a quali caratteristiche “di genere” l’impostazione e il tono abbastanza classici di Ratched vogliano ricondurre lo spettatore. Costruire infine un’intera serie intorno ai moventi e alle dinamiche interiori – per quanto significativi e importanti – di un unico personaggio ha per inevitabile conseguenza la restituzione di personaggi secondari (pensiamo all’esilarante scenetta che riguarda Sharon Stone o anche al background di Hanover) che appaiono oltremodo sottotono e monocordi.

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