Recensioni

Stili atipici e percorsi tortuosi che si intrecciano, nella seconda fatica dei Sacri Cuori. Quelli che Antonio Gramentieri, Francesco Gianpaoli, Christian Ravaioli, Diego Sapignoli, Denis Valentini e Enrico Mao Bocchini hanno seguito per concepire un lavoro così personale come Rosario. Nello specifico, la Romagna terra natia della band da un lato, e l’amore sconfinato per la frontiera americana già messo in mostra nell’esordio Douglas And Dawn dall’altro, in un fluire evocativo e mai sopra le righe. Tutto si riduce al folk, ma di un tipo che esiste solo nella testa dei musicisti, in cui Nino Rota va a braccetto coi Calexico, Lee Hazlewood e Ry Cooder ballano il liscio di Secondo Casadei. Sembra follia pura, e invece il gioco regge e intriga, grazie anche all’eloquenza raffinatissima del tessuto strumentale.
Se il primo disco dei Sacri Cuori era la riscoperta degli Stati Uniti più polverosi e cinematici, questo è il ritorno a casa con la consapevolezza di averla dentro, l’America. Assieme alla nostalgia per un’Italia ormai perduta e cristallizzata negli anni Sessanta del binomio Fellini-Rota e di un “bitt” tutto nostrano (il surf di Lee-Show). Input che si mescolano tra loro, mentre il mappamondo segna Los Angeles, Richmond e Russi (Ra) come tappe per le registrazioni e il Messico (Fortuna), la riviera adriatica (le balere di Lido) e il deserto negli stimoli musicali. Tutta la tracklist, in realtà, è una scoperta affascinante di rimandi tra i più disparati: lo Sciascia cinematografico vagheggiato in Quattro passi, i Coral circensi di Sipario!, la psichedelia tarantiniana e in sbornia free di Sei e El Gone, il valzer “espanso” di El Conte, la Silver Dollar in stile Nancy Sinatra valorizzata dalla voce di Isobel Campbell.
Rosario è una dimostrazione eclatante delle potenzialità della glocalizzazione in musica, tenuto conto anche del fatto che la riscoperta delle proprie radici spedisce paradossalmente la band in un contesto ancor più internazionale. Testimonianza ne è il contratto con l’etichetta londinese Decor (in roster anche Mark Eitzel e Richard Buckner), ma soprattutto la consapevolezza di aver trasformato il progetto Sacri Cuori in un collettivo allargato e senza radici. Tanto che al disco partecipano ospiti diversissimi per estrazione come David Hidalgo (Los Lobos) e la già citata Campbell, Jim Keltner e John Convertino (Calexico), Stephen McCarthy (Long Ryders) e JD Foster. Un parterre d’eccezione che nobilita un lavoro già ottimo di suo, per una band con un curriculum non troppo dissimile da quello degli altrettanto capaci Ronin.
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