Recensioni

6.8

Ci sono elementi, apparentemente estranei, che messi insieme sprigionano un’alchimia unica. Una lattina Campbell e l’arte della serigrafia in Warhol. La brutalità della vita e la poesia in Bukowski.

Le periferie dell’esistenza umana e il cinema in Van Sant. Il risultato è un’ironica confessione nel primo caso, un’alcolica verità nel secondo, un’agghiacciante scoperta nel terzo. Allo stesso modo la cavernosa voce di Matt Manovcik stride a contatto con quella limpida di Lesli Wood, completandola. Il risultato: i Saeta, in una parola emozione.

Contrasto puramente illusorio che ha il dono della levità, della seducente incorporeità, culla di sogni notturni e privati, tesoro di mille giorni vissuti, We Are Waiting All For Hope è un’opera dalle magiche rivelazioni. Terzo nella carriera del gruppo detroitiano di casa a Seattle, si schiude attraverso un pianoforte, una chitarra e un violoncello (quello di Bob Smolenski) e non ha bisogno di altro. Nessun ornamento, niente ghirigori, nessuna mega-produzione – ma la mano asciutta e severa di Albini. Solo semplicità e umanità, sin dall’iniziale Can You Forgive, che procede a passi lenti ma inesorabili attraverso melodiche stanze acustiche, pesantemente solenne nella sua grandezza, per lasciare il posto al preziosismo di Grand Canyon (cover dei maestri synth pop Magnetic Fields) interpretata dalla sola Wood, denudata di ogni orpello eppure ricca di un fulgido trasporto emotivo che ne esalta l’originaria bellezza. Spetta poi a Menovcik mostrarsi nella sua solitudine con You Fade, dal tocco pianistico sofferto e quasi titubante, per riunirsi in Anywhere But Here, un ritmo sostenuto dove non mancano attimi di sospensione per accrescere il pathos. Ed è ancora la Wood a regalare in chiusura un drammatico omaggio agli Smiths questa volta, con Last Night I Dreamt That Somebody LovedMe, molto più trattenuta nel suo avanzare e per questo ancora più ammaliante.

Due timbri vocali opposti che si perdono e si ritrovano lungo un album di nove tracce, che molto ha in comune (o forse deve) all’afflato poeticamente emotivo dei Low. Nonostante qualche incertezza/preferenza, è indubbio che questedue anime coesistenti siano il riflesso delle diverse sensibilità che ognuno di noi (inconsciamente) sa di possedere, ma che difficilmente riesce a far trasparire – la vulnerabilità è un rischio troppo alto da correre. Compito dei Saeta, e dell’arte in generale, è dunque ricordare questa nostra alterità e lasciare che essa ci sorprenda. Sempre.

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