Recensioni

6.5

Sappiamo che come esiste il rap legato a tematiche sociali e colorato politicamente, esiste anche il rap che non arricchisce granché il lato contenutistico, o che si fonda su frasi ad effetto che colpiscano l’ascoltatore. Sappiamo che come esiste il rap che fa della struttura testuale, delle figure retoriche e delle rime il fondamento primario dell’arte oratoria (vedi Kaos, Lord Bean, Uomini di Mare, solo per citarne alcuni), esiste anche un rap incastonato sì nella suggestione ritmica, ma maggiormente nell’esuberanza verbale, nelle esecuzioni veloci, tipologia che meglio si adatta a basi strumentali che non sempre seguono il ritmo 4/4 e che vedono anche una certa sperimentazione musicale alle spalle.

Salmo, con Hellvisback, riconferma la sua appartenenza a un rap con accenni narrativi, ma che non necessariamente invia un messaggio. Un rap basato su virtuosismi linguistici, espressi mediante la voce roca e violenta, legati più al suono stesso delle parole, che strettamente al loro significato, e che quindi non teme azzardi musicali e una certa varietà di espressioni sonore, dalle basi drum&bass dell’Erba di Grace del 2011, al rock, al raggae. L’aspetto della narrazione, in Hellvisback, non sta tanto nelle singole canzoni, quanto nell’economia del disco: Salmo muore, nell’Aldilà incontra Elvis Presley e i due si uniscono in un’unica creatura che cerca di evitare un’Apocalisse. Una sorta di concept album, anche se in questo caso non possiamo parlare di concept vero e proprio, ma più di una schietta trasposizione in musica di immaginari filmici e televisivi della cultura pop americana. Fa fede anche la cover dell’album, un misto di rockabilly e splatter da American Horror Story, un Elvis zombie che indossa la maschera di Salmo, così come il titolo, che immediatamente ci riporta alla dimensione internazionale del rapper sardo, di cui però ci viene risparmiata la ripresa del gangsta di Harlem anni ‘90, che in Italia risulterebbe decontestualizzata. Della musica d’oltreoceano Salmo riprende il rock, l’orizzonte pop e riferimenti culturali legati al mito americano, dalle macchine, alla Daytona, all’introduzione di nomi inglesi in frasi italiane, elemento influente nel ritmo.

Sebbene infatti il 4/4 sia ovviamente maggioritario (stiamo parlando di rap d’altronde), in Salmo il tempo varia anche sulla scia della scelta musicale. Il disco, ritmato da numerose sincopi, viene arricchito notevolmente dalla presenza di Travis Barker dei Blink 182, che in Il messia e Bentley vs Cadillac crea un’atmosfera meno campionata, più live, intento cosciente dell’autore: «sono consapevole che vado spesso fuori dagli standard, non faccio le cose classiche della musica italiana e del rap. Il mio lavoro è diverso da quello degli altri rapper che partono da basi già fatte, volevo dare al disco un aspetto più live», racconta con una punta di alterigia (una delle doti meno amate di Salmo), senza tenere in considerazione altre esperienze di questo tipo, Rancore per dirne uno recente. Le sonorità spaziano dal cloud rap di Mic Taser in stile west coast, al blues di 1984, primo singolo estratto dall’album, con autocitazioni e racconto della propria storia personale come già in S.A.L.M.O. del precedente Midnite. Si aggiungono il reggae de Il Messia, la trap di Io sono qui e l’elettronica di Daytona, lo stile old school di Giuda che ricorda i primi tempi dei Club Dogo in Mi Fist, e i ritmi scuri da club di La festa è finita. La traccia eponima si nutre di pulp, mentre Black Window rimanda allo stile rap di inizio ’00, con una chitarra acustica, fino all’articolata Peyote che diventa la dimostrazione della dimestichezza dei linguaggi sia musicali che testuali del rapper sardo. Una varietas ampliata grazie anche a collaborazioni con Low Kidd, Big Joe, Stabber e Shalbo, il torinese Victor Kwality (LNRipley), il citato Travis Barker, SBCR dei Bloody Beetroots.

Al centro, l’autoaffermazione di un rapper dal timbro ben riconoscibile che di gavetta ne ha fatta parecchia. Un carattere a tratti anche arrogante, ambizioso e determinato, che alle sue produzioni affianca la Machete Empire Production, che da crew è diventata vera e propria etichetta; un rapper che dà molta importanza alla forma più che alla sostanza, ma che lo fa con abilità; che cerca di riassorbire il passato e di restituirlo in maniera fruibile per i tempi attuali, senza corromperlo del tutto. L’autocitazione continua e la mancanza di un messaggio, a lungo andare potrebbero creare una bolla di speculazioni hip hop fine a se stesse a cui l’autore (e il pubblico) potrebbe ritrovarsi presto assuefatto. Ma finora, e Hellvisback lo conferma, Salmo ha saputo ricoprire il ruolo di grande ammaliatore, di seduttore di un pubblico suggestionabile tramite illusioni sonore rap à la page.

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