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Avvocato del Diavolo in rosa. Per la par condicio. Così come il passaggio da New York a Los Angeles, dallo studio legale agli uffici di una banca. Del resto più che a qualche scandalo politico in tempo di crisi globale, a far scalpore sono mutui, premi d’uscita ai manager, speculazioni e titoli gonfiati come bicipiti al metadone. Ma quella è un’altra Hollywood. Quella delle superproduzioni miliardarie.

Drag Me To Hell (Sam Raimi, 2009), presentato fuori concorso nella sezione delle proiezioni di mezzanotte a Cannes, invece è una produzione low budget della Ghost House Picture di proprietà del regista. Tutto fatto in casa: il sapore (sanguinolento) della tradizione, il gusto (macabro) di una volta. Certo non siamo ai livelli di certi splatter che solo Quentin Tarantino e compagni di merende potrebbero venerare, ma il portafogli dei fratelli Raimi era indubbiamente meno gonfio rispetto alla saga di Spiderman. Ed è un bene. Lo zio Sam del terrore ritorna nella soffitta de La Casa (The Evil Dead, 1981) e riapre qualche vecchio baule. Come le migliori storie si tratta di bauli pieni d’oro. Un vecchio racconto scritto con il fratello Ivan nel 1989 durante la lavorazione di Darkman, parte della troupe utilizzata durante le riprese della trilogia de La Casa – il supervisore agli effetti speciali per il make up Greg Nicotero e il direttore della fotografia Peter Deming – , il giusto mix di paura, disgusto e risate, un titolo altisonante che tradisce ben presto il gigione autocompiacimento di un vecchio maestro di genere. Non eccellente, ma decisamente ben architettato. Di genere ma allo stesso tempo d’autore.

L’orrore quotidiano di licenziamenti, casse integrazioni, prestiti a tasso variabile viene tradotto in un horror che torna finalmente ad essere un genere politico. È qui che si consuma la grande differenza con il resto della brodaglia horror che infesta sale e televisioni nei mesi estivi. Ed è anche per questo che l’uscita italiana arriva con un imbarazzante ritardo sulla programmazione mondiale. Gli stessi distributori che volevano tradurre il titolo in un più autarchico Trascinami all’inferno, salvo poi rinsavire, hanno preferito distribuire prima l’immancabile cianfrusaglia italiana dal titolo anglofono S.Darko (Chris Fisher, 2009), per ricordarci che «Donnie Darko aveva una sorella». La paura è che i produttori scoprano anche il resto dell’albero genealogico di casa Darko per assicurare una lenta eutanasia ad un cult. Non solo macinato grosso, pajata e bistecche al sangue. Quello di Raimi è un horror intelligente che cavalca l’onda delle produzioni destinate ad adolescenti brufolosi cresciuti con i Piccoli Brividi di R.L. Stine, strizza l’occhio ai seguaci della setta King, di cui tra l’altro riprende e rielabora al femminile il villain gitano di Thinner, da qualche buffetto agli ortodossi del settore. Un horror che nonostante le evidenti allusioni allo sconcertante attuale non rinuncia al retrogusto drive-in tutto popcorn e pepsi. Quindi dentiere che volano, spillatrici usate come arma, bare aperte come ovetti kinder, botte da orbi, gatti sacrificati, santoni indiani, vecchiette che si dopano per armeggiare blocchi di cemento come se fossero pezzi di polistirolo. Le streghe sono tornate. Tremate, ma il clima che si respira in questo morality play di formazione si avvicina più a quello dei racconti dell’orrore di un campo scout che alle favole dei Grimm, più alla collana Haunt Of Fear che ad una riduzione del Necronomicon.

Di nuovo c’è ben poco, è tutta roba già vista, già sentita, ma poco importa. Il pudding di casa Raimi è più buono degli altri. Abbiamo la maledizione dello zingaro come nel romanzo di King. Ma in questo caso il ruolo del villain è affidato ad una decrepita megera dell’Est Europa, la signora Ganush (Lorna Raver), entrata a pieno titolo nell’olimpo dei cattivi assieme a Freddy Krueger. Frequentano già lo stesso estetista (notevoli le unghie lignee) e lo stesso dentista. Non manca lo sprovveduto secchioncello di provincia che gioca a fare il duro come in L’avvocato del diavolo (Taylor Hackford, 1997), anche se in gonnella e sotto le candide sembianze della bionda Alison Lohman. E il campionario prosegue con medium e sensitivi, psicologi razionali che si prestano ad essere le vittime designate, demoni cornuti e mazziati. Tutti elementi che erano presenti nei primi film horror targati Universal negli anni della crisi del ’29. Ma 80 anni dopo il copione si ripete. Ad essersi invece liberato dalle ragnatele è il regista che, presa una pausa dalla saga dell’Uomo Ragno, trova il tempo di ricordare anche alle generazioni più giovani che i suoi migliori film non sono quelli dedicati al nerd entomologo.

La trama è semplice, quasi banale. Christine Browne (Alison Lohman) è una ragazza di provincia che ha studiato economia sui libri e va nella grande città per far carriera. Una di quelle province dove la massima aspirazione è essere la reginetta del maiale, vincere un prosciutto crudo e un panino con la porchetta insomma. Cresciuta però con le crostate della nonna e le camicette pastellate della zia teresina la giovane si dimostra subito un pesce rosso in una vasca di squali. Così, quando una bavosa vecchietta ungherese dalla dentatura di una contadina colombiana le chiede una proroga sul mutuo della casa, decide di pensare alla carriera e sacrificare un evidente investimento a perdere. Del resto nel solo 2009 in America sono fallite più di 18 banche.

Aiutati che il ciel t’aiuta si sarà detta. Peccato che, se il telefono di Dio è sempre spento o momentaneamente irraggiungibile, il call center infernale è sempre pronto a mandare qualcuno dei suoi migliori agenti, come Lamia. Il demone se nell’anno di Woodstock se la faceva con frikkettoni, hippies e contadini messicani, a Pasadena, e aveva tempo da sprecare per punire un marmocchio colpevole di aver rubato una collana ad una zingara, dopo un master in economia della tortura cambia clientela. Nel 2009 è la società bene degli yuppie ad attrarlo. Prima della crisi, ricordiamo, c’è stato il riflusso. Buon viaggio all’inferno. Paradossalmente con un cappotto nuovo di zecca. Rigorosamente azzurro cielo.

17 Settembre 2009
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