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7.4

Un hobo della provincia, uno Springsteen di Nebraska schizofrenico e desolato, un Blind Willie McTell dalle corde vocali arrugginite e sferraglianti, un Jeffrey Lee Pierce sotto barbiturici. “The Blues Is Number One” cantava qualche tempo fa Jon Spencer, e Samuel Katarro – moniker che nasconde il meno esotico ma altrettanto efficacie Alberto Mariotti – sembra averlo preso in parola dal momento che in Beach Party si respirano approssimazioni sul tema che vanno decisamente oltre le dodici battute classiche pur richiamando in pieno tale tradizione. In un ridefinire coordinate e destinazione che incontra il folk, si concede al country – la title-track -, ma soprattutto mostra un’attitudine all’ “esplorazione” che qualcuno potrebbe definire psichedelia, almeno in brani come There’s A Lady Inside The Cabin e Headache. Di certo, comunque, c’è una voce capace di zigzagare tra Bob Dylan, Leadbelly e David Thomas dei Pere Ubu, una chitarra acustica spettrale, qualche contributo sparso di organo e violino, una metà oscura inquietante che emerge dai testi come dai trentasei minuti di musica.

Il debito verso la tradizione lo si paga con Terminally Illness Blues e The Moonlight Murders Psychedelic Band – sorta di You Gotta Move degli Stones in salsa voodoo – e con un produzione, ad opera dello stesso Katarro e di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, claustrofobica ed essenziale. Il resto è solo farina del sacco della ditta Mariotti e Co. ed è decisamente un bel sentire.

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