Recensioni

Le aspettative le creano le testate giornalistiche, i premi ricevuti, le manifestazioni a cui partecipi, i buoni riscontri che riesci ad ottenere dal pubblico. E ovviamente la musica. In questo senso Beach Party, esordio di Samuel Katarro, ha rappresentato un paio di anni fa un caso emblematico di convergenza inaspettata tra intellighenzia e gusti degli ascoltatori, originalità e urgenza creativa. Un disco di cui c’era evidentemente bisogno e al cui seguito si chiedeva di confermare le ottime premesse, oltre che di indicare quali direzioni avrebbe preso il Mariotti-pensiero fuori dall’incoscienza blues-psych-wave degli esordi.
Il nuovo The Halfduck Mystery viene a patti con l’istituzione "rock" e palesa un debito non indifferente verso i Sixties americani più freak innervati dalla consueta componente lisergica. Preferendo alla creazione di un archetipo personale folgorato sulla via di Robert Johnson un prêt-à-porter sornione e adatto alle grandi firme del giornalismo musicale. A nobilitare il tutto ci sono un lavoro di studio articolato, un pugno di validi collaboratori (tra i tanti l’inseparabile Wassilij Kropotkin e Enrico Gabrielli dei Mariposa) e una tendenza alla contaminazione generalizzata, nel tentativo di giustificare con un’opera ambiziosa l’attenzione capitalizzata in passato. Da qui, la routine. Nei Grateful Dead circensi – periodo Aoxomoxoa – di Pink Clouds Over The Semipapero, nel vaudeville deviante di The First Years Of Bobby Bunny , nei Love di Three Minutes In California, nel garage morbido di Pop Skull.
I pezzi da novanta non mancano, ma sono giusto un paio: l’iniziale Rustling e la barocca ‘S Hertogenbosch Blues Festival, guarda a caso gli unici episodi che si discostano dal tenore revivalista del disco. Entrambe sontuose suites psichedeliche sospese tra archi, jazz, Jennifer Gentle, Mercury Rev, folk orchestrale e capaci di far emerge prepotente il Katarro più visionario. In altre parole, il personalismo da ricercare a cui si faceva riferimento all’inizio. Il resto del disco si posiziona tra un dignitoso mestiere e qualche sprazzo brillante, finendo per meritarsi un sette che da un lato tradisce in parte le aspettative e dall’altro non rappresenta appieno le reali potenzialità di Samuel Katarro.
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