Recensioni

5.5

La passione per le parole Samuele Bersani non l’ha mai nascosta. Canzoni dense di lemmi le sue, secondo quella tradizione cantautorale tipicamente italiana – ma verrebbe da dire emiliano-romana, soprattutto – che nell’importanza del testo ha trovato a seconda dei casi forza letteraria o sovraccarico libresco, spesso dimentico, ahinoi, di una controparte musicale all’altezza. Su questo discrimine il cantautore di Cattolica si è giocato fino ad oggi una buona fetta della sua carriera, un cammino per lo più fortunato e meritevole, contrassegnato da almeno due o tre canzoni che immaginiamo rimarranno negli anni a venire (Giudizi universali e Replay: non poco in questi tempi a scorrimento veloce) e contenute in dischi sempre più che discreti. Non ultimo, se non in ordine d’apparizione, il recente L’Aldiqua, piccolo perfetto manuale di come l’innamoramento per le liriche di cui sopra possa accasarsi in strutture pop certamente radiofoniche, ma ficcanti e gustose, supporto ideale alle storie di un lavoro che era del tutto votato alla narrazione (amara e pietosa) delle magagne del presente.

Manifesto abusivo, settima fatica d’inediti, non rinuncia ne alle strategie ne ai toni del predecessore, ma sposta il focus sul lato personale, raccontando di storie d’amore già cestinante o sul desktop in attesa di destinazione – che a loro volta generano riflessioni esistenziali – e di nuovi sguardi ad un mondo sempre piuttosto assurdo. Quello che cambia è invece l’ispirazione del nostro, che qui non sembra trovare lo spleen dei momenti migliori soprattutto nella scrittura musicale. La track-list naviga così a vista, con un po’ di artigianato buono e un po’ di esperienza maturata, lasciando che i pochi sprazzi davvero significativi coincidano – paradossalmente, ma neanche poi tanto – agli episodi dove Bersani asciuga un po’ i testi.

Dunque poche parole ma pesanti, e più di ogni altra cosa arrangiamenti che si discostino anche solo un poco dalle pettinature inscalfibili del solito pop erretielliano. Accade nella pur trattenutissima didascalia trip-hop di Ferragosto (riff di chitarra chiaroscurale, cello a spandere nuvole, il fecondo connubio con Sergio Cammariere nella scrittura) e nella storia di umana precarietà su cascatella di pianoforte e spruzzate d’archi con finale in sicurezza Coldplay di 16:9. Il resto latita pur promettendo molto (la title-track e il singolo Un periodo pieno di sorprese), o cerca di mischiare le carte (le incisioni Police con ritornello funky-pop di A Bologna: per la serie “che hai combinato Cofferati…”), o ancora prova l’azzardo e va del tutto fuori centro (Ragno, parentesi swing romanesca per la penna di Angelo Conte). Disco transitorio? Diciamo, e soprattutto speriamo, che sia così.

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