• Mag
    06
    2013

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Matador, Pop Noire

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Talvolta un prodotto musicale somiglia a una formula alchemica; combinazione più o meno casuale, nella quale, ad un certo punto, alcuni elementi instabili si miscelano dando luogo all’ultimo fragoroso hype del momento.

Parliamo di quattro ragazze inglesi dall’anima inquieta e lo sguardo accigliato, novelle post-punkers balzate all’orecchio della stampa dopo un paio di singoli e qualche concerto. Le loro performance live sono state particolarmente apprezzate per l’impeto graffiante e il carisma oscuro e iancurtisiano della vocalist Jehnny Beth, nonché, si suppone, per un certo muoversi perfettamente al confine tra musica d’arte e fenomeno di costume, tendenza, moda.

Un occhio ai produttori di questa attesissima opera prima e quanto detto apparirà più chiaro: Johnny Hostile e Rodaidh McDonald, già dietro le quinte di Adele, The xx, e How To Dress Well. Ecco spiegata la produzione pressoché perfetta, unitamente a un esistere nel proprio tempo e sul proprio tempo al punto da sfiorare una magistrale furberia: antenne dritte per capire – anzi di più, dettare – il sound giusto per la gente giusta.

La partenza affidata a Shut Up è coinvolgente ma leggermente sottotono rispetto alla percezione complessiva dell’album, e vengono in mente le canadesi Organ, quando, era il 2004, il revivalismo new-wave delle cinque ragazze, anch’esse al primo full-lenght, fu molto apprezzato, salvo poi esaurirsi in uno scioglimento prematuro.

Qui però c’è molta più tensione, nervosismo, pathos. La Beth è una cantante con i controcazzi, diciamolo pure senza mezzi termini. Un approccio e un timbro che sembrerebbero (e in un certo senso sono) fortemente derivativi: incontro tra gli arabeschi dark di Siouxsie Sioux e la intensa mascolina autorialità di Pj Harvey. Fino a quando non arrivi a sentirci pure il romanticismo sermonico di un Nick Cave, e allora ti accorgi che la ragazza ha imparato bene le lezioni che le interessavano, ma ci mette anche del suo, tale è la varietà di umori che riesce a interpretare.

E arriviamo così al secondo punto della questione (il primo era la voce, se non si fosse capito): le sfumature che il quartetto riesce a esprimere all’interno del proprio contenitore. Il che è una delle cifre dei grandi: sfuggire all’eclettismo fine a se stesso, collocarsi in un ambito codificato ed esprimerne le varianti, le possibilità, quasi fino a contraddirsi, per poi rientrare sapientemente sul proprio binario.

Dal fluire sensuale e notturno di Strife alla ruvidezza rock’n’roll di I Am Here, dalla sporcizia garage di No Face alle progressioni dark di She Will, dalla murder ballad Waiting For A Sign, rumorista e struggente, fino alla circolarità punk di Husbands, per concludere con la sofisticata Marshall Dear, dal gusto art-noir molto Anna Calvi.

Eppure, nonostante la indiscutibile qualità della proposta, è come se da tanta e tale esattezza di mezzi e grammatica trasparisse il brivido freddo del calcolo, prima ancora di un’idea ben precisa di suono, un’urgenza comunicativa, un’anima.

Stile, stile e ancora stile; una maschera perfetta che sembra vera anche a chi la indossa. Non proprio esangui come i fenomeni The xx (il che non vuole essere un giudizio di valore, tanto che, per chi scrive, Coexist è stata una delle uscite più apprezzabili della passata stagione), ma un po’ sofferenti di quello scollamento tra forma e sostanza che non permette a un buon disco di diventare ottimo.

8 Maggio 2013
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