• Giu
    01
    2011

Album

Young Turks

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Adesso voglio proprio vedere chi s'è esaltato per Jamie Woon e Katy B cosa dirà dell'esordio SBTRKT. Le facce di coloro che dopo James Blake non hanno ancora un erede soul all'altezza del suo omonimo album. Introducing l'ennesimo producer Uk Bass mascherato, c'è colui che già lo scorso anno era finito nei radar della hype machine di RA con il doppio dodici pollici 2020 e un'esastiva intervista. Il talento già era stampato in fronte: il ragazzo mescolava, come tanti suoi coetanei, un mix di generi storici del continuum (2 step, house, techno) con destrezza e lungimiranza. Groove piuttosto tirati e mood solari e rilassati davano continuità sia a un passato drum'n'bass sia preannunciavano a una metamorfosi soul e funk attraverso il sotto-genere che si sta rivelando più interessante per il continuo reinventarsi e reimpastarsi della scena elettronica UK, il Future Garage.

Prima Aaron Jerome, questo il suo vero nome, aveva pubblicato Time To Rearrange per BBE, un lavoro Nu Jazz che cavalcava la nascente micro scena del Future (Jazz) nonché un ambizioso tentativo di sublimarlo in un mix di live set (batteria), elettronica (arrangiamenti sinfonici), flavour instrumental hip hop e numerosi feat. vocali a cameo.

La mossa ci stava ma il risultato era fin troppo zavorrato e l'album eccessivamente prolisso. Non ottenendo il successo che s'aspettava – re-innamoratosi del 2 step garage attraverso alcuni umori underground (Falty DL, Boxcutter) – Jerome rinasce SBTRKT e pianifica con calma la mossa lunga. Se Woon prova a fare il botto aggiornando la milionaria formula di Craig David e Katy aggiorna le medesime spezie black americane partendo da un background più autenticamente dubstep e grime, lui avrebbe portato l'essenzialità di un Blake al mainstream adulto di Sade, prendendosi ovviamente tutti i gradi di scarto dalle sottoscene con il suffisso Future.

Anche queta volta Jerome cavalca l'onda: miscela tastiere space scazzate alla Space Dimension Controller, adatta il gorgogliate ragga dubstep cartoonesco di Benga (Wildfire con Yukimi dei Little Dragon), ripesca il 2 step più radiofonico dei 2000 (Something Goes Right) e lo immerge in subbassi e spruzzate chiptune (Right Thing To Do, Ready Set Loop), mette lo sguardo su certi Ottanta Inner City (Pharahos) e condisce con altri sapori house vecchio stile (da Kevin Saunderson ai Hercules And Love Affair e ritorno), balearica e oltre.

Niente speculazioni post. Il dubstep è una delle strategie possibili di un album impeccabile. Raffinatissimo. Fatto di quella grana fina che è il trademark delle produzioni lunghe di un Aaron Jerome che ora dosa il mix senza appesantirlo troppo. Nessun pezzo bomba, ma che album…

27 Giugno 2011
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