Recensioni

Questo secondo mix dura quasi un’ora, mentre il precedente è di 25 minuti. Una narrazione più dilatata, dove il puzzle si delinea senza fretta e si evolve imprevedibile seguendo nuances di volta in volta più ritmiche o più ambientali, più orchestrate o più rumorose, più tessiturali o più d’impatto. Una vera e propria apnea in una estetica per certi versi superata ma in pieno revival – si veda ad esempio il Lee Gamble più pensoso e stretchato, rispetto alle cui produzioni però questo materiale suona molto meno glaciale e più elettrificato. Ma anche un’immersione che puoi fare distrattamente mentre scorri la timeline del tuo account Facebook o Twitter in cerca di contenuti, mentre tutte le tue azioni vengono – ora davvero più di allora – “intercettate” e “scansionate” per diventare merce in cambio di un tuo consenso di facciata e dell’illusione di libertà (la pillola blu di Matrix mi pare qui una metafora azzeccata).
In effetti uno dei motivi per cui il Nostro – dedito ormai sempre più a esclusive installazioni multimediali e di sound art – deve aver deciso di lanciare oggi sul mercato discografico questo oggetto artistico, di primo acchito un po’ demodé e ridondante, è proprio il paragone strisciante e stringente tra la paranoia del Grande Fratello di fine millennio con gli attuali sistematici prelievi algoritmici di dati sulle attività nel web, ambiente virtuale sempre più pilotato dall’alto e sempre meno libertario come ci si aspettava dovesse crescere – con riferimento in particolar modo alla manipolazione della ormai a tutti gli effetti “post-verità” e agli scandali legati alle fake news iniettate nella piazza virtuale da falsi account automatizzati, e che hanno contribuito a disorientare, se non proprio alterato, la percezione della realtà condivisa in vista di importanti elezioni politiche nello scacchiere geopolitico del mondo Occidentale. Mentre ascolti voci intercettate che parlano dei fatti loro, magari non sempre dell’aria che tira ma anche di cose non proprio pubblicabili a cuor leggero, potrebbe venire in mente che la nostra attività – in questo esatto momento – sia registrata e analizzata per foraggiare e alimentare un mercato capitalista ormai quasi completamente algoritmico, che tornerà fra qualche minuto a proporti quello che poco prima stavi “googlando” così per cazzeggiare, cercando di vendertelo. Tutto questo lo sapete, ma non è mai tempo perso il ricordarcelo a vicenda. Cambiano i contesti e gli obiettivi, dalla sorveglianza alla manipolazione, dal controllo di sicurezza al marketing automatizzato, la privacy però è sempre più rara e perennemente sotto attacco – sempre che essa esista ancora (e ciò è motivo di nuova paranoia di questi tempi).
La lunga premessa era doverosa e necessaria per meglio contestualizzare questa uscita. Dal punto di vista che qui ci interessa di più, ho l’impressione che questi 53 e rotti minuti andrebbero fatti suonare in background per poterne apprezzare meglio i contenuti sonori; prima in maniera semi-cosciente, per poi farcene risvegliare nei momenti in cui essi attirano di più la nostra personale attenzione, in cui risuonano di più con le nostre personali esperienze acustico-estetiche e con i nostri ricordi di un’epoca lontana e al contempo dietro l’angolo appena girato. In quei momenti, come riprendendo coscienza da una sorta di meditazione, la musica ti illumina. Essa raggiunge vette liriche e recessi oscuri senza che nessuna parola sia stata ancora intercettata e restituita al pubblico. Ci si accorge allora che il materiale sonoro è in realtà sorprendente e incredibilmente variegato; include segnali radio, tappeti astratti, pulsazioni elettriche ed elettroniche, tecniche estese su found objects, oltre alle classiche conversazioni vocoderizzate o meno, marchio di fabbrica di Scanner: una “Sound Polaroid” (come lui stesso l’ha definita) che ci trasporta in un preciso punto dello spazio-tempo: notturno, banco mixer, stanza poco illuminata, Londra Sud, 1994. Un mix davvero suggestivo che alla fine ci convince appieno, scardinando gli iniziali preconcetti.
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