Recensioni

Emozioni, sentimenti, nostalgia. SVIIB, il nuovo e ultimo album degli School of Seven Bells, chiude il ciclo della band con una sorta di memoriale del progetto, segnato nel 2013 dalla morte del fondatore, nonché voce e chitarrista, Benjamin Curtis. L’album, come dichiarato da Alejandra Deheza, contiene alcune parti registrate dai due nelle pause del tour compiuto nel 2012, e chiude un percorso che è andato sempre più orientandosi verso il dream pop e l’elettropop.
Nati nel 2007 da un’idea di Benjamin Curtis insieme alle sorelle Alejandra e Claudia Deheza, gli School of Seven Bells si mettono in mostra aprendo le date dei Blonde Redhead e un anno dopo con Alpinisms, lavoro dalle sonorità cupe e grigie (chitarre alla Robert Smith dei Cure) miste ad un elettronica pop stile anni’80. Già dal secondo album, Disconnect From Desire, la virata verso l’elettropop è evidente. Così come nel successivo Ghostory, uscito nel 2012 e caratterizzato dall’abbandono del gruppo da parte di Claudia Deheza. Tastiere di stampo eighties e vocalità dilatate la fanno da padroni nell’ultimo lavoro prima della tragica scomparsa di Benjamin, dovuta ad una rara forma di cancro. Da quel momento il progetto ha naturalmente vissuto un lungo periodo di stasi. Fino alla pubblicazione di SVIIB, che racchiude in chiave decisamente pop e in linea con le tendenze synth-centriche del momento i quattro anni di lavoro della band e canta, con la voce sospirata della Deheza, l’intensità e le sofferenze della relazione tra lei e Benjamin.
Ablaze, che apre il lavoro, riprende l’approccio synthpop degli ultimi dischi: percussioni, sintetizzatori e tastiere che accompagnano la voce, molto più sofferente ed espressiva, di Alejandra («The day we met/there was a new fire/whose heart had been drowning for so long»). C’è una intensità particolare nei testi, che forse era mancata fin dagli esordi del progetto. L’influenza delle tragiche vicende che hanno colpito la band si fa sentire. Ma, a livello sonoro, mancano i momenti più densi, le chitarre più acide dei primi lavori: On My Heart, che narra di un litigio amoroso, scorre con la leggerezza di una canzone synthpop e ci riporta ai Chvrches. L’obiettivo sembra proprio quello di inserirsi nel filone del pop contemporaneo. Anche Open your Eyes nasce come una ballata pop, molto evocativa dal punto di vista dei testi («It’s getting hard to bear, watching you all alone/I know your heart is broken/andì you’ve been weeping»), ma l’album ha anche la capacità di offrire altro. Elias parte con un beat lento che accompagna le malinconiche emozioni di Alejandra, che esplodono in un trionfo di eco e note dilatate di sintetizzatori. In Signals, l’episodio più drammatico e allo stesso tempo energico, la voce si fa più decisa, immersa in tocchi glitch prima di trascinarsi in un riff nel coro che sembra urlare una certezza d’animo («There’s no game in what I’m feeling»). Carica ed energia che si placano nella tetra e cupa (ambient) Confusion, prima di chiudere il percorso e la storia del progetto con This is Our Time. Elettronica e cori di tastiere accompagnano il memoriale musicale degli School of Seven Bells: «our time is indestructible».
E il progetto si chiude, forse, con l’album più carico di intensità e sentimenti del gruppo, dove la metà femminile libera tutte le sofferenze legate alla sua storia e al rapporto con Benjamin Curtis. L’influenza del musicista è viva nelle sperimentazioni elettroniche, nelle linee di basso e nei tappeti di percussioni, anche se spesso, quasi per tutto l’album, si abusa di tastiere allungate e echi. Elementi che fanno di SVIIB un album contemporaneo nel panorama synthpop, con alcuni momenti mainstream, altri più fuori dagli schemi. Ciò che però dà qualità all’album è la storia che ci sta dietro: un racconto di ricordi, riflessioni, mancanze e speranze. È come leggere una lettera scritta ad un amico scomparso. SVIIB fa proprio questo: stilare la biografia musicale degli School of Seven Bells tra alti e bassi, leggerezza e intensità.
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