Recensioni

Si avviavano a spegnersi non senza clamori gli ultimi anni del secolo, anzi, del millennio. Potrei dire che si avvertiva un senso di raccolto, di percorsi che tiravano le fila e convergevano in un punto impreciso ma decisivo. Era appunto una sensazione, magari personale, forse diffusa, probabilmente indotta. In ogni caso, val bene prenderla come “aperitivo emotivo” a Rosemary Plexiglas, l’album che fece conoscere gli Scisma al più o meno vasto pubblico indie rock dello Stivale. C’era stato un cd autoprodotto, Bombardando Cortina, nel 1995, e prima ancora addirittura una audiocassetta, Pezzetti di carta, a punteggiare quattro anni di gestazione che guadagnarono al sestetto le attenzioni della EMI.
Un sestetto, già: attorno al compositore, cantante e chitarrista Paolo Benvegnù, agivano il chitarrista Diego De Marco, la bassista Giorgia Poli, la tastierista Michela Manfroi, il batterista Danilo Gallo più Antonella Ianniello al synth, presto sotituita dalla cantante e chitarrista Sara Mazo. Proprio la voce di quest’ultima – da fanciullina delicata e posseduta – costituirà una stimolante alternativa a quella di Benvegnù, rivelando nei duetti una complementarità insospettabile. Rosemary Plexiglas fu prodotto da Manuel Agnelli, per la prima volta al banco di regia fuori dal contesto Afterhours (in procinto di fare il botto con Hai paura del buio?). Insomma, non nacque dal nulla, questo disco. Le premesse lavoravano perché fosse un album importante. A modo suo, lo fu. Ascoltarlo in quei giorni significava accogliere finalmente la possibilità di un rock italiano aperto al mondo e gravido di conseguenze, inseminato e fertile.
Un frutto deliziosamente avariato del grunge, aperto a brusche cupezze noise-shoegaze, capace di liberare vibrazioni neo-psych e brume trip-hop, di meditare scenografie arty e margini emotivi jazz. Se le forme guardavano con decisione al rock indipendente anglosassone (più USA che Albione), la specificità italiana o – meglio – europea sbocciava nell’estro poetico di Benvegnù, nella sua languida, equivoca, obliqua profondità. Che le quattordici tracce provvedevano a scandagliare con diversi modi e mood. Con tale forza, variegata attitudine e una cura dei dettagli ai limiti del maniacale, da scomodare un referente impegnativo come Mellon Collie And The Infinite Sadness, il (doppio) disco che concretizzò la formidabile schizofrenia poetico/estetica di Billy Corgan.
Pezzi come Centro, L’equilibrio, Loop 43 e la title track celebrano l’incontro tra attitudine melodica, fregola visionaria e piglio elettrico. Le chitarre intrecciano riff tosti e spirali brumose, il piano è un costante contrappunto meditabondo, effetti sintetici e rumoristici abitano gli spazi definendoli come altrove stranamente familiare. I testi giocano tra enigmi e suggestioni, sono fotogrammi e micro-sequenze, squarci d’illuminazione tra tentativi d’introspezione indomiti (84), appassionati (Golf) e disperati (Svecchiamento). Oppure sordidamente beffardi (Videoginnastica). O, ancora, capaci di esplorare languori sospesi (L’autostrada).
I segnali che venivano da questo disco e dal successivo – ahimé – canto del cigno Armstrong, sono rimasti, in un certo senso, lettera morta. Le generazioni indie successive hanno concentrato le coordinate sul patrimonio pur considerevole lasciato in eredità da CSI, Marlene Kuntz, Massimo Volume e – appunto – Afterhours, di fatto scordando la lezione degli Scisma, il loro groviglio di diramazioni poeticamente incalcolabili, ineffabilmente italiane. E’ un rammarico non da poco.
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