Recensioni

A tre anni dal ritorno (Stealth) e otto dalla chiusura del primo periodo (Plan B), Harris si ripresenta sugli scaffali quasi in sordina puntando più sui tipici scenari scorniani che sull’effetto antemico della prova precedente.
Del resto è innegabile che se Stealth cercava di catturare l’attenzione della comunità dubstep rivendicandone – a diritto – la paternità, il quattordicesimo capitolo della saga si presenta come se ne facesse parte, aggiungendo giusto un elemento live (un batterista in carne e ossa, Ian Yan Treacy) in segno di coerenza e magari equidistanza.
Sul guado tra maniera e nuove maniere acquisite però, salvo una potente Take Someones Eye Out (un perfetto connubio tra industrial e il lato più combat di Milanese), l’ex Napalm Death commette l’errore di raffinare troppo il dialogo tra i layer trovando difficilmente l’ispirazione necessaria.
Boot It, Rained On Her Birthday e una manciata di altri episodi dai titoli quasi parodistici sono piano sequenza di gran maniera impossibili da amare e pure quando Harris punta al mid tempo (Bear Felt Nowt) il confronto con gente come Terror Danjah è impietoso. Certamente consigliato ai neofiti, gli altri guardino a cose più fresche…
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