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Un cavaliere delle crociate che sistema i propri pezzi per cominciare una tesissima partita con la Morte in persona: probabilmente è questa l’immagine più celebre del gioco degli scacchi rappresentata al cinema, ovvero nel capolavoro immortale Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. In anni più recenti sono molte le pellicole che hanno provato, riuscendoci in più di un’occasione, a trasferire la tensione palpabile di un incontro di scacchi sul grande schermo di una sala cinematografica: tra chi si è concentrato sulla figura enigmatica e inafferrabile di Bobby Fischer (come fecero Steven Zaillian con il suo In cerca di Bobby Fischer e Edward Zwick ne La grande partita), e chi ha usato questa disciplina della mente e dell’astuzia per costruirvi sopra thriller sofisticati che potessero intercettare il gusto del grande pubblico (è il caso di Scacco mortale e Scacco matto).

Stavolta, l’arduo compito è toccato a Scott Frank (già apprezzato sceneggiatore, suoi gli script di Minority Report per Spielberg e di Logan per James Mangold), alla sua seconda collaborazione con Netflix dopo l’apprezzata serie western Godless. Ancora una volta al centro della storia spicca una figura femminile a un tempo forte e fragile, piena d’ambizione derivante dal suo talento precoce e unico ma privata anzitempo dell’affetto di una famiglia stabile, nonché vittima di svariati traumi dal peso specifico importante. Proprio per la natura “patetica” dei traumi affrontati o subiti dalla protagonista, sarebbe stato estremamente facile per La regina degli scacchi scivolare in un sentimentalismo spicciolo e di facile presa sul pubblico, ma la scrittura di Frank evita scrupolosamente ogni tranello per procedere spedita nel racconto di una storia lineare e senza troppi capovolgimenti, sacrificando un po’ il senso dello spettacolo per beneficiare al meglio di un ritmo della narrazione quadrato e impostato, proprio come in una partita di scacchi.

L’ultima miniserie originale Netflix, poi, è la prova del nove definitiva di Anya Taylor-Joy, che dall’esordio cinematografico in The Witch non ha mai smesso di mostrare un talento cristallino e sempre al servizio del regista di turno: dopo le ottime prove in Split (e nel successivo Glass) di M. Night Shyamalan e nel film in costume Emma., la Taylor-Joy ha saputo anche procedere in parallelo sul piccolo schermo (pensiamo all’ultima stagione di Peaky Blinders) e questa sua ultima performance ne La regina degli scacchi è la dimostrazione da parte sua di sapersi reggere esclusivamente sulle proprie spalle in un’intera narrazione, esercitando un magnetismo irresistibile per qualunque genere di spettatore.

Complice una regia composta e mai ingombrante rispetto alla scrittura, una messa in scena essenziale e di mestiere, una divisione in capitoli al servizio della maturazione psicologica del suo personaggio, La regina degli scacchi riesce a intrattenere con gusto, ad appassionare anche chi di scacchi non ha mai sentito parlare con una storia che – prima ancora che a pedoni, regine e torri – è interessata alla persona, ai traumi infantili, alla dipendenza, e alle costrizioni di una società e al suo perbenismo cannibale.

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