Recensioni

Ballad eteree e un folk minimale e malinconico, ricolmo di teatralità e pathos. L’australiano trapiantato a New York Scott Matthew ha tutta l’aria di un incrocio tra Antony Hegarty, Devendra Banhart e il Bowie di Hunky Dory. Del primo la drammaticità, del secondo le melodie scarne, del terzo la voce e l’attitudine.
Una carriera precedente con gli Elva Snow, insieme a Spencer Cobrin, batterista di Morrissey, la partecipazione ad alcune colonne sonore, soprattutto Shortbus di John Cameron Mitchell, di cui qui sono presenti quattro pezzi riarrangiati per l’occasione.
L’album ha una base folk su cui si sovrappone in alcuni brani una struttura chamber pop, chitarra acustica, piano e violoncello e sporadicamente altri fiati. Vive di espressività e belle melodie e di tutto un immaginario trasgender. Lo stesso di un Antony o di un Rufus Wainwright, di cui ricorda non a caso l’intensità. Un senso di sospensione domina il disco, come una incompiutezza o un continuo divenire. Una tensione palpabile. Più che una promessa.
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