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8.2

Erano in molti ad attendere il ritorno di Scott Walker, specialmente dopo un’opera ardita e irripetibile come quel Tilt che undici anni fa mise in scacco pubblico e critica. The Drift, approdo – per certi versi obbligato – del sessantatreenne artista americano alla 4AD, può considerarsi a tutti gli effetti il terzo tassello di un percorso che, a partire da Climate Of A Hunter (1984), conduce abissalmente lontano dagli ambiti pop della prima parte della sua carriera verso uno spazio altro, inaccessibile, irrimediabilmente oscuro.

Per affrontare questo nuovo lavoro bisogna così ripartire dal suo predecessore, di cui permangono mood e ambientazione sonora: il cantato è ugualmente espressionista, lirico, a tratti liturgico, con pochi accenni di melodia (Clara per pochi attimi riecheggia Scott 4, ma è una fatamorgana); le atmosfere sono sempre morbose, soffocanti, claustrofobiche, a loro modo cinematografiche (vedi l’uso narrativo dell’orchestra, della strumentazione minimale, o l’utilizzo funzionale dell’effetto sonoro, dell’onomatopea e della dissonanza). Ma se in apparenza il procedimento resta quello del songwriting, in The Drift si assiste a un’ulteriore destrutturazione ed estremizzazione di quel discorso: quelle che per comodità definiremmo canzoni sono in realtà momenti di un flusso ininterrotto, in cui suoni e parole assumono un’importanza cruciale nella definizione di un immaginario, di un universo poetico ancor prima che musicale.

Da una parte “blocchi di suono” che procedono per continue giustapposizioni e contrapposizioni, assenze fisiologiche di ritmo interrotte da assalti sonori (Hand Me Ups), sonorizzazioni di incubi (Jolson and Jones, la buckleyana Cue), illusori attimi di quiete (A Lover Loves) e frammenti di desolazione assoluta (un’ocarina, un corno francese, il canto di un muezzin, le frequenze di una radio). Dall’altra liriche astratte e apparentemente casuali, unite in cut up da nessi non consequenziali (Cossacks Are, Jolson And Jones), intrise di visioni orrorifiche (fame, carestie, guerra), di fisicità (malattie, ferite, lacerazioni, unghie, pelle, mani, cornee, dita, sangue, ossa), di riferimenti all’attualità (“been a pope like no other” ancora in Cossacks Are, o quelli all’11/9 in Jesse) e alla Storia (la vicenda Mussolini/Petacci in Clara, Milosevic in Cue); fotogrammi di uomini senza appigli, vittime di solitudini ed incomunicabilità consumate nei rapporti interpersonali prima che nella dimensione individuale (in Jesse Elvis Presley confida al fratello gemello: “I am the only one left alive”).

The Drift è quindi un’opera assolutamente contemporanea, che verte sulla tragicità della condizione umana, nutrendosi della fascinazione, sottile e profonda al tempo stesso, del dolore. Nella visione di Walker non c’è nessuna morale, nessuna consolazione, se non la pura constatazione della deriva – drift – di un’umanità chiusa nel suo eterno presente, in cui Storia e storie si mischiano, tra sogno e finzione, ricordo e delirio, previsioni e trasfigurazioni. La coscienza collettiva dei tempi oscuri che stiamo vivendo. Doloroso, ma necessario.

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