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Circa cinque anni fa la notizia che il nuovo album di PJ Harvey sarebbe stato registrato “a vista”, ovvero in uno studio (alla Somerset House di Londra) concepito come un ambiente aperto alla visione da parte di un gruppo di spettatori, non la presi bene. Pensai, per farla breve, a una mossa promozionale intenzionata a spostare il fuoco dell’obiettivo sull’evento a detrimento – temevo – del puro, semplice, misterioso, segreto fare musica. Oggi è finalmente arrivato il momento di chiedere perdono. Ok, Polly, casomai ti arrivassero queste righe: mi spiace molto avere equivocato. Avevo un solo alibi: mi mancava la visione d’insieme del progetto, il peso e la profondità delle implicazioni. Perché aprire quelle sessioni al pubblico? Adesso l’ho capito.

Un passo indietro: 2011. Il fotografo e videomaker Seamus Murphy realizza i cortometraggi per le canzoni di Let England Shake, l’album con cui PJ Harvey apre una nuova fase del suo percorso artistico. Dopo la chiusura del cerchio di White Chalk, la neo-quarantenne Polly è pronta ad affrontare un altro tipo di demoni: quelli che determinano le strutture del potere, quelli che alimentano gli squilibri che infiammano i conflitti globali, vicini e lontani, visibili e invisibili. E i video di Murphy sono il perfetto compimento visuale delle canzoni “impegnate” della nuova PJ. Qualche tempo dopo, il videomaker propone alla musicista di condividere un viaggio: a Kosovo, Kabul e Washington, per vedere con i propri occhi, calpestare con i propri piedi, scattare immagini, prendere appunti. Polly esita, poi accetta. Da quei viaggi nascerà un disco, The Hope Six Demolition Project, un libro di poesie, The Hollow Of The Hand, e questo film, che in un certo senso li sintetizza in una visione d’insieme. Più o meno quella che, ahimé, mi mancava cinque anni fa.

L’idea di base è abbastanza decifrabile: un doppio intreccio, quello tra reportage visivo/poetico e processo creativo del disco su un piano, e quello tra fronti (chiamiamoli pure: bellici) lontani nello spazio ma conseguenti nelle cause e negli effetti, collegati da un filo invisibile eppure nevralgico. L’obiettivo del montaggio alternato è appunto ridurre la distanza tra Washington, Kabul e Kosovo, omologarle nel perimetro di uno stesso fattore politico, quest’ultimo un’astrazione spietata, le cui finalità stridono sulla pietra di paragone che dovrebbe essere cruciale ogni volta che si valuta il valore di ogni agire politico: il corpo. Non a caso i primi fotogrammi indugiano su un volto di bambino in primissimo piano, quasi a volerci imporre la sua presenza fisica, la sua esistenza ingombrante perché viva, fondata su diritti che ci piace definire universali. Qual è, in termini politici, la distanza tra i ragazzini del Kosovo, di Kabul o del quartiere Anacostia di Washington? Perché le comunità di questi luoghi così lontani si stringono in un bisogno simile di dare voce all’inquietudine, alla rabbia, spingendo la fede fin sull’orlo del misticismo oppure stemperando fatalismo e musica come un rituale di appartenenza orfano di patria?

Musica, parole e immagini compongono un patchwork via via più stretto e denso, mentre le diverse situazioni geografiche e temporali si compenetrano, nutrendosi reciprocamente. E veniamo quindi alle famigerate session “aperte”: perché esibire il processo creativo, il farsi spesso meccanico, ripetitivo, professionale di un disco? Qual è il senso di questa mossa, performance o espediente promozionale che sia? La visione d’insieme – già, quella che mi mancava – è una possibile risposta: Polly e la band – i fidi Parish, Mick Harvey, Flood e il travolgente sassofonista Terry Edwards tra gli altri, più i “nostri” Alessandro “Asso” Stefana ed Enrico Gabrielli – si espongono all’obiettivo di Murphy come quei corpi e quei luoghi esplorati nel viaggio, si dispongono sulle stesse caselle del gioco d’intrecci, sanciscono il coinvolgimento in una vicenda globale da cui nessuno può chiamarsi fuori, da cui non puoi nasconderti.

Le canzoni di The Hope Six Demolition Project (outtrack incluse, come la bellissima Guilty) schiudono quindi, per così dire, l’anima carnale della loro dimensione poetica: l’anziana con le chiavi appese alla catenina, la gang di ragazzini rapper con il microfono wireless e i drink alla vodka, la toccante assurdità di una ruota panoramica, il fervore religioso della comunità afroamericana, la resistenza fragile e invincibile di chi si oppone all’avanzata marziale della pianificazione economica, bellica e urbanistica. In questo senso, il film compie la sua missione. Lo fa con trasporto e misura, anche se non mancano momenti didascalici e lo sguardo è a tratti troppo unidirezionale, contagiato da una strisciante autoindulgenza.

In definitiva, ad uscirne arricchito è principalmente il senso di The Hope Six Demolition Project, quindi l’importanza – l’urgenza – di ciò che dal momento dell’uscita tenta di dirci. E lasciamo da parte una questione che ci porterebbe troppo lontano, ovvero se si debba mai sostanziare il senso di un disco più di quanto non riesca da sé, e se questo non significhi implicitamente denunciare un limite dei dischi, o la marginalizzazione del loro ruolo. Secondariamente, mentre scorrevano i titoli di coda, ho avvertito con chiarezza la sensazione di una parentesi finalmente chiusa: è tempo di una nuova tappa, Polly Jean.

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