Film

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Fa di tutto Sean Baker. Dirige, scrive, monta e all’occorrenza fotografa pure i suoi film. Ma soprattutto, racconta l’altra faccia degli Stati Uniti, quella che il pubblico rifugge e non vorrebbe mai veder proiettata su uno schermo, perché già costretta a conviverci quotidianamente. Dopo le strade di New York City, i sobborghi della San Fernando Valley e la prostituzione di Tinseltown (L.A.), il regista classe 1971 si dirige verso Orlando, Florida, meta dei desideri dei bambini di tutto il mondo proprio per la presenza di Disney World, parco dei desideri che si trasformano in realtà. Proprio per rimarcare che il suo è un cinema a favore dei dimenticati, degli ultimi, Baker sceglie come luogo per la narrazione del suo ultimo “progetto” (il titolo originale è appunto The Florida Project) un piccolo motel che dista pochi chilometri da quel sito fascinoso e immaginifico, ma dove la realtà quotidiana emerge in tutta la sua spietatezza. Il motel, chiamato Magic Castle per non farsi mancare nulla della magia della zona, è già in sé uno spaccato di un’umanità abbattuta e piegata dagli eventi di una crisi economica e sociale tornata a chiedere il conto; un microcosmo che si autoalimenta e si inceppa costantemente nella sua circolarità interrotta dall’arrivo o dall’abbandono di questa o quella famiglia; l’identità delle singole persone che abitano il complesso si sfalda ripetutamente per poi essere riconquistata da un semplice gesto, anche se insignificante agli occhi di un visitatore spaesato.

Un luogo che ingloba tutta la realtà di cui è fatto il mondo e allo stesso tempo la trasforma in sogno ad occhi aperti, poiché gli occhi attraverso cui è filtrata tutta la narrazione sono quelli purissimi di una bambina, Moonee, e del suo gruppo di amici birbanti, pronti ogni giorno a una nuova avventura ai limiti della legalità (quest’ultima, una parola priva di qualsiasi significato per le loro orecchie). Non una vera e propria storia, ma un mosaico di situazioni, sequenze che sconfinano nel circense, la birbanteria di un Antoine Doinel all’epoca della crisi economica e delle sue immediate conseguenze: la corsa sfrenata verso la spiaggia si trasforma nel luogo simbolo dei sogni e forse nel sogno stesso. Baker, nel suo viaggio attraverso il paese, riscopre una forza che mai come adesso aveva voglia di essere risvegliata, una rabbia mitigata dal pianto a dirotto di una bambina, il simbolo di un sogno spezzato che può ancora essere ri-assemblato in una nuova forma.

A far da collante tra l’esterno e l’interno del complesso in cui si snodano le vicende dei protagonisti è Bobby (un Willem Dafoe in una delle sue prove più misurate e forse più sofferte), il manager di Magic Castle, pronto a vegliare come un angelo custode sulle vite dei propri clienti, a difenderli quando serve, ad ammonirli quando occorre. Bobby – che casualmente porta il nome di uno dei politici statunitensi più amati e rimpianti – è come lo Stato in carne ed ossa (o come dovrebbe essere): tende una mano verso i più bisognosi, chiude un occhio quando è giusto, ma è pronto a diventare inflessibile quando le regole vengono oltrepassate, scavalcate in maniera sfacciata e irrispettosa. La mano di Baker si sente a ogni inquadratura – libera finalmente di raccontare ogni piccola sfaccettatura dell’umano come mai prima d’ora (il caldo avvolgente della pellicola 35mm ha preso il posto dell’iPhone di Tangerine) – e accompagna la sua piccola protagonista (la sorprendente Brooklynn Prince) verso la consapevolezza della propria condizione, alla scoperta di bene e male, giusto e sbagliato, della vita nuda e cruda. Di un sogno chiamato America.

23 Marzo 2018
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