Recensioni

«Hai mai pensato seriamente a delle reali forme di libertà? La libertà dall’opinione degli altri… persino dalla propria opinione»: così il monumentale e ieratico colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il cui profilo in penombra torna in mente nei momenti più ispirati di questo disco. Oppure fotogrammi di Chappaqua, il capolavoro allucinato di Conrad Rooks con la musica orgiastica e lirica di Ornette Coleman. Sono però solo alcuni lampi: più spesso fa capolino l’ombra di Canterbury, a volte, e chi l’avrebbe detto, quasi una rivisitazione swing-freak dei Doors, oppure ci si ritrova dalle parti del Planet Gong.
Libertà creativa, voglia di fuga dal reale, un suono torrido ed un mood febbrile che in alcuni momenti travolge, in altri lascia indifferenti. Un batterista compositore irlandese, Sean Noonan, che si autodefinisce rhytmic storyteller, interessato a mettere insieme storie, leggende e folklore come un Alan Lomax punk-jazz. Per questo secondo lavoro del quintetto il leader, che si è fatto le ossa negli anni ’90 nella scena della Knitting Factory di New York, ha convocato il primo cantante dei Can (Malcom Mooney, la voce di Monster Movie del 1969 e Soundtracks del 1970, prima dell’avvento di Damo Suzuki), il bassista dei Prime Time di Ornette Coleman (Jamaaladeen Tacuma), la chitarrista Ava Mendoza (una bella lista di collaborazioni al suo attivo, da Fred Frith a Mike Watt, con tutto quello che ci sta nel mezzo) ed il tastierista Alex Marcado (Yusef Lateef Lateef). Se l’inizio del disco, con un invito ad un viaggio interstellare, da intraprendere su navicelle cariche di fuzz, cattura l’attenzione, poi il brodo tende ad allungarsi eccessivamente; come se si passasse dalla furia ispida e magmatica dei primi Soft Machine alle svisate prescindibili e pericolosamente vicine alla fusion dei loro dischi successivi a 5, come intenzione più che come risultato.
Ci sono grooves che riscaldano, timbri caldi e pastosi (vagamente allucinata e funzionale anche la voce di Mooney), ma a volte i pezzi si perdono un po’ allo specchio, mettendo in mostra poco, oltre al virtuosismo degli interpreti. Un po’, mutatis mutandis, lo stesso problema che abbiamo riscontrato nel live di un altro batterista leader, ovvero Dan Weiss, che nel suo progetto Starebaby mette addirittura nello stesso ensemble due talenti del calibro di Matt Mitchell e Craig Taborn, senza però colpire nel segno. Se lì siamo pienamente in territorio postmetal, come dei King Crimson accaniti su spartiti jazz dove un compositore dispettoso ha cancellato le melodie (sono stacchi su stacchi, poco altro resta), qui invece siamo in pieno trip jazz rock dei medi ’70: la ruggine e l’energia non mancano, ma a volte si eccede nella logorrea. Peccato, perché l’incipit sbilenco e tagliente di Boldly Going (un ottimo ibrido tra mood sornione alla Primus, nostalgia escapista, spoken poetry, jazz elettrico come degli Hatflied & The North ubriachi) faceva presagire un ottimo disco. Tra le otto tracce successive, oltre a buoni numeri, acrobazie, spezie, tesori e naufragi, poi però non mancano pause nell’ispirazione. Encomiabile comunque la voglia cocciuta di battere la propria strada, lontano da qualsiasi moda (è una psichedelia che non ha nulla di hipster, questa) e capace di offrire agguati e lampi (addirittura in certi frangenti si finisce a scandire marcette aliene come i misconosciuti Eskimo, prodotti proprio da Les Claypool sulla sua personale Prawn Song un secolo fa).
Un disco perfetto per chi rimpiange i tempi in cui aveva la pressione bassa e le impressioni alte grazie ai cannabinoidi, in grado a volte di riattivare sinapsi che la vita ci ha portato a lasciar spegnere.
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