Recensioni

6.9

L’ex choirboy queer si è aperto una strada personale fin dal 2016, quando esordiva in quota Tri Angle (l’etichetta di Forest SwordsRabitHow To Dress Well tra gli altri), con un EP di cinque tracce che metteva in piedi il suo spettacolo omoerotico fatto di R&B non convenzionale, gospel e una tensione spirituale che mescolava il sacro con il profano. A distanza di due anni, Josiah Wise passa da una prova generale alla prima del suo rituale che mescola eros e thanatos, occulto ed elettronica contemporanea, uno sguardo al passato, l’impostazione classica del falsetto (davvero notevole) e un ottudinemento drogato che porta rapidamente in una dimensione altra. Che è quella dell’amore, qui celebrato nelle sue componenti più varie, dall’amore perduto (mourning song) alla celebrazione santa dell’oggetto del proprio amore (bless ur heart), quello clandestino (fragrant), sempre e comunque “intoxicating”.

Se siete in vena massimalista, potreste definirlo (come è stato fatto) una sorta di Perfume Genius remixato da Arca. Ma in realtà il riferimento è solo dovuto all’uso di un’elettronica moderna, ma che nel caso di serpentwithfeet ha pochi angoli, preferendo sciogliersi lungo vie ossessive e lineari. Del primo, il canto della fragilità, qui declinata più urbana, ma con una serie di istanze sull’identità che lo rendono molto più politico, vicino quindi più a ANOHNI o a Planningtorock. Certo c’è anche il retrogusto hip hop, spogliato del machismo – e ci risiamo con l’identità e il gender – e trattenuto solo come una vaga ombra che si allunga sulle istanze più occultiste (a cominciare dal moniker) che sono disseminate a mo’ di cabala carnale qui e là.

Toccato dalle mani di alcuni nomi buoni della musica di oggi, da Paul Epworth (Adele) a Clams Casinosoil è prodotto in maniera stupenda (provate ad ascoltarlo su un impianto potente, per capire), propone alcuni episodi che si inseriscono come instant classic, ma arriva corto. Come già capitava per l’EP, c’è una monotonia di fondo che se da una parte è una chiara e deliberata scelta ossessiva e artistica, dall’altra rischia di stancare dopo pochi ascolti, tutta giocata su pezzi slow e monocordi.

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