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Arriva puntuale il discone di Sfera Ebbasta. Discone per il casino che ha tirato in piedi a livello di nomi coinvolti e produzione dietro, e solo in quel senso. Ma che il senso potesse essere solo quello si poteva intuire. È diventato veramente difficile scrivere di Sfera senza sentirsi un boomer, che poi è l’accusa principale che ci si sente piovere addosso sui social in questi casi. Come se l’unica risposta critica alle critiche possa essere solo il rifugio in un insormontabile gap generazionale, che pure c’è, inutile negarlo. 

Ma qui non si tratta di partire prevenuti. Si tratta limpidamente di ammettere che la consistenza musicale del fenomeno Sfera sia nulla e trascurabile, che l’immaginario venduto sia deleterio e avvilente nella più generosa delle letture, che la macchina produttiva alle spalle sia un esempio di successo innegabilmente virtuoso in ottica di marketing, e che quanto sta facendo Sfera nel pop italiano non sia mai stato fatto prima da nessuno. Perché coinvolgere in un disco italiano nomi come Future, Steve Aoki, Diplo, Offset e J Balvin è qualcosa senza precedenti. È giusto ammetterlo, così come è giusto che possa anche non fregare nulla della cosa quando la controparte musicale offerta semplicemente non esiste. 

Famoso è esattamente uguale al film-documentario omonimo, una sberluccicante confezione di nulla cosmico, che mai, in nessuna occasione, riesce ad andare oltre la marchettata di lusso col VIP americano di turno. Ripetiamo, può anche star bene così. Sfera nella sua assoluta inconsistenza è comunque estremamente onesto, e dà esattamente quello che promette. Allora ecco l’ultimate blockbuster-macedonia produttivo: c’é la chitarra crepuscolare di Abracadabra che ricorda vagamente lo Scirocco di Murubutu e Rancore (chiaro, solo a livello produttivo, e scusate se li tiriamo in ballo in questa sede), c’è il reggaeton da discount di Baby prodotto dal generatore automatico di J Balvin, c’è il plasticotto pseudo punk-rock “emizzato” à la Machine Gun Kelly di Hollywood con Diplo a costruire una melodia che quantomeno funziona, e via così, di traccia in traccia, senza sussulti. Sono 39 minuti, una brevità paradossalmente desolante. Perché ci lamentiamo sempre degli album playlist tagliati per Spotify da 20 tracce che fanno due palle così, e giustamente ci accontentano con un album playlist tagliato per Spotify che si ferma a 13 pezzi non perché ha il dono della sintesi, ma perché le idee sono troppo poche per arrivare al format solito. 

Potremmo parlare di quanta tristezza faccia Tik Tok, con Marracash che si presenta con il pilota automatico inserito, e Gué che a sua volta mette immediatamente in chiaro il grado di impegno profuso sfoggiando una rima tra tik tiok e big cock. Potremmo imbastire un tabellone a mo’ di playoff NBA dove a due a due si affrontano le rime peggiori di ogni pezzo per determinare la più cringe del disco. Si arriverebbe a gara 7 in tutti gli accoppiamenti, perché c’è «Lo fa sparire / come una maga / abracadabra» in Abracadabra, ma anche «Io non so quale effetto mi fai / sei la droga che mi manda offline» in Male, oppure ancora «Uh Ya Macarena / Vieni qui e baila morena» (Macarena). È durissima. Ma non è questo il punto, perché è chiaro che trattandosi di un disco di Sfera si dovrebbe parlare solo del contorno, e non del contenuto. Quindi complimenti per i feat. altisonanti, perché è un traguardo storico per l’Italia, e al pari della Ferragni quello di Sfera è un interessantissimo case-study pronto per i corsi di marketing. Chiaro che la musica abiti da altre parti, ma questa è una frase da boomer. Però anche i boomer come chi scrive possono trovare nell’ascolto qualche perla fresca da portarsi a casa, tipo «Quando il culo brucia la bocca sparla», che poi rimane sempre anche l’unica argomentazione messa sul tavolo dalla controparte. Che stanchezza.

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