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Il documentario su Sfera Ebbasta conferma (nel caso servissero conferme e – SPOILER – no, non servivano) che il suo progetto/caso studio non ha mai avuto niente a che fare con la musica. O meglio, che si è servito della musica per giocare in un campionato diverso. Quindi non ha senso giudicarlo battendo sul fatto che in due ore di materiale il buon Gionata non parli seriamente mai neanche una singola volta di musica, di scrittura, di quello che si dovrebbe chiamare un suo percorso artistico. È chiaro che parliamo comunque del materiale più plasticoso esistente, ma arrivati al terzo disco su major e tenendo conto dei numeri che Sfera ha fatto, un discorso del tipo «musicalmente siam partiti da qui, poi siamo andati lì e ora invece facciamo così» ci sarebbe anche potuto stare. Giusto per capire come da Panette siamo arrivati a Diplo. Invece no. Più che al documentario su Travis Scott, Famoso ricorda quello sulla Ferragni. Quindi in realtà spiega come da Panette si è arrivati a Diplo, ma sottolinea una volta di più come questa parabola (anzi, curva esponenziale) più che su queste pagine andrebbe studiata nelle aule di economia aziendale come case study.

Il progetto Sfera Ebbasta è un virtuoso (nel senso di efficace) modello imprenditoriale, un illuminante trattatello di marketing. Restando fermi al fatto che lui sia un poveretto apparentemente di un’ingenuità quasi irritante, che spogliato dall’autotune è evidente come non sia in grado di beccare una nota neanche minacciandolo, che non capisca assolutamente niente di musica eccetera, si manca il punto. Per tutte queste cose bastava sentirlo ripetere ossessivamente «bro, hai spaccato tutto» allo scorso X-Factor, nel caso si avessero ancora dubbi. Qua si sta parlando piuttosto del come abbia fatto ‘sta pezza ad arrivarci a X-Factor. E la risposta è – come viene esplicitato nel finale del doc – che alle spalle di tutto c’è un team produttivo e di marketing imponente e tremendamente efficace, da – tra gli altri – Charlie Charles a Shablo, per spiegare un successo con cui il solo Sfera ha poco o nulla a che fare. Lui si limita a metterci la faccia e i denti, a sponsorizzare i vestiti e a legare il tutto con un carisma istintivo che funziona benissimo, nel bene e nel male. Nel senso che a tantissimi piace e ad altrettanti fa prudere le mani. Grattando i lustrini è ovvio come sotto ci sia il nulla, nascosto sotto al tappeto di luoghi comuni à la «mi sono fatto da solo», «prima avevo niente ora mi sono preso il mondo» e «ho sempre fame, sono ambizioso, siamo solo all’inizio». Poi abbondano i luoghi comuni da Baci Perugina che servono a dare gli ultimi ritocchi a una retorica che può abbindolare solo chi legge veramente poco («più stai in alto più fa male quando cadi»). 

Dopo una prima metà passata a spiegare le origini di Sfera from dust to stocazzo, nella seconda il film diventa semplicemente un teaser gigante del nuovo album omonimo. Vengono presentate le tanto strombazzate collaborazioni internazionali (tranne i due più attesi Future e Offset, che avranno mandato la loro strofa comodamente via mail) e anche qui viene esplicitato il giochino. Da Steve Aoki a J Balvin, tutti gli altisonanti intervistati lo spiegano perfettamente: loro non sanno nemmeno che musica faccia ‘sto tipo italiano, ma guardando i numeri su Instagram e su Spotify hanno capito che «azz, questo è il top in Italia» e quindi ci collaborano. Il mantra è «facciamo una hit», il risultato assicurato. Non è una collaborazione artistica, ma una joint venture tra multinazionali. Che ci sta, sia chiaro, ma non ha senso scandalizzarsi per quanto Sfera sia tecnicamente scarso o non conosca i Sangue Misto. Sarebbe come lamentarsi del fatto che la Ferragni non ti sappia citare a memoria nessun passo di Feuerbach. Il punto è che non le serve per fare quello che fa. 

Quindi occorre prendere e guardare questo docu-film diretto da Pepsy Romanoff e co-prodotto da Maurizio Vassallo per Except (già dietro numerose produzioni musicali, tra cui la regia del concerto-evento di Vasco Rossi a Modena Park) per quello che è: un super-spottone autoreferenziale che ti fa venire voglia di sentire che cazzo han combinato i due imprenditori Sfera e Aoki dopo essersi lanciati nelle palline colorate. Poi si potrebbe parlare di quanto sia un film veramente brutto in sé. Di quanto sia ridicolo cercare di costruire a Sfera una street credibility da vita vera dicendo che da adolescente ha fatto il pony-pizza e l’aiuto-elettricista, di quanto siano imbarazzanti le scene al ralenty in cui si bomba in palestra manco fosse un ex-carcerato di Atlanta, di come metà documentario sia in realtà un estratto di suoi live al Forum di Assago, di quanto sia irritante quell’orgia a caso di effetti vintage smarmellati «a cazzo di cane». O di quanto sarebbe stato giusto parlare (non solo nei titoli di coda per dare il contentino) della strage di Corinaldo. Si potrebbe farlo. Perché in effetti anche gli spot pubblicitari – come la musica per vendere – si possono fare bene e si possono fare (molto) male. 

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