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6.9

Dall’underground Skull Disco all’epifania di Three EPs, dalla messa minimal-tribal del suo Fabric da urlo, al disco a quattro mani con l’altra vecchia volpe Pinch (che però non c’è piaciuto), Shackleton ha segnato tappe importanti nel dubstep ma prima e ancora di più in un’estetica personale, sempre riconoscibile e sempre irrequieta.

Adesso fa debuttare la sua nuova label Woe To The Septic Heart con un progetto complesso (forse anche complicato), due album diversi e complementari, entrambi sfacciatamente sperimentali fin dai titoli programmatici (Musica per le ore quiete e L’organo a tiranti) e dal formato (il primo è un’unica suite in 5 lunghi movimenti). L’album nel complesso farà la gioia dei dubsteppers più avant, dei frequentatori esterni del genere versante elettro-acustico, degli audiofili e dei producer che vogliono imparare, e un’analisi al microscopio (l’ha fatta ad esempio un Luca Galli particolarmente zingalesiano sull’ultimo “Blow Up”) ne sottolinea l’indiscutibile e ammirabile craftmanship.

Shack qui scopre soprattutto nuove sfumature del suo inoccultabile tribalismo, ma forse più semplicemente ci mostra la techno che ha in testa, una techno tattile e organica alle cui ossa sta attaccata una ricca ricchissima cartilagine: certe atmosfere haunted Demdike Stare e del Prefuse di The Only She Chapters, ma senza l’ossessione esoterica; il lussureggiante minimalismo ritmico e percussivo di Steve Reich filtrato dal Four Tet bolloso e campanelloso di Wolf Cub (tirando le somme, la componente quantitativamente più rilevante); l’ambient glitch e il micro-noise della Raster Norton, ma senza l’ossessione razionalista; lo spoken tra ricordi delle distopie della primissima tech-house e il Kode9/Spaceape di Black Sun (responsabile l’inglesissimo e misterioso Vengeance Tenfold); certi etnicismi tra il gitano e l’arabeggiante in odore di Filastine.

Quiet Hour, chill in – più che chill out – un po’ inquietante, espone questi elementi paradigmaticamente, in un lungo viaggio ondeggiante, ondivagante, alla fine sfilacciato, affascinante da studiare, un po’ sfinente da ascoltare. Drawbar Organ (l’organo a tiranti dove i tiranti sarebbero quei tasti che permettono di “variare a piacere il volume relativo al missaggio generale delle armoniche” – grazie Wiki – e che qui davvero sono un piccolo grande ponte Demdike-Goblin, vedi Seven Present Tenses), li ripesca dalla nebulosa e li mette a quadrare (si parte dai 02:44 di Love of Weeping), costruendo un bazaar di dubstep reichiana e oriental-tropicale (emblematicamente, Wish You Better), giocosa (l’impaccio wonky di It Is Not Easy) e solare, orchestrato divinamente.

Grandi momenti di appagamento squisitamente sonoro e strutturale, ma nel complesso lavoro un po’ frustrante, macchinoso, troppo impantanato nel suo gigantismo progettuale, che estremizza certi discorsi già nell’aria (la ripresa di Reich, giusto per dire) e che però comunque apre la visuale su un’elettronica tanto contaminata da tornare ad essere elettronica pura, più che dubstep. Shackleton stavolta però più importante che bello.

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