• Gen
    12
    2018

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Dead Oceans

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Lo scorso aprile, all’interno della recensione di Brutalism degli Idles descrivevamo il gruppo guidato da Joe Talbot come «più maturo e navigato rispetto ai Cabbage (o agli Shame, con ogni probabilità prossimi a grandi cose)». Per gli Shame il momento di dimostrare il proprio valore è finalmente arrivato: la band, cresciuta tra i banchi di scuola e tra gli sgabelli del pub Queens Head a Brixton (tra le altre cose, in passato base dei The Fat White Family), si presenta in questi albori del 2018 con un esordio lungo – Songs of Praise – che, oltre a proporre alcuni inediti, raccoglie un po’ tutto il materiale pubblicato negli ultimi due anni. Materiale composto principalmente da un assalto (post)punk che trasuda tanta tempra quanta genuina strafottenza r&r, entrambe caratteristiche che si sposano perfettamente con l’immagine da classici lads inglesi difficili da tenere a freno. Come abbiamo potuto constatare durante il Green Man Festival 2017, per attitudine e sfrontatezza gli Shame rientrano tra quelle band che rendono meglio dal vivo: Charlie Steen (in particolare) e compagni si presentano sul palco con una acerba teatralità che, per quanto possa risultare leggermente artefatta, dona alle composizioni ulteriori sfumature incendiarie e una ancora più marcata urgenza comunicativa.

Accompagnato da una copertina che può ricordare quella di Pet Sounds, Songs of Praise lungo le dieci tracce fa costantemente intravedere quel quid in più che i londinesi sembrano possedere rispetto alle decine di band post-adolescenziali spinte dalla classica voglia di “spaccare tutto” contaminata da quell’atteggiamento da “ragazzini wannabe adults” che già emergeva all’interno del video di The Lick ai Dropout Studios di due anni fa. Mentre il resto del gruppo a corrente alternata accende la miccia a riff abrasivi e a tensioni post-punk, Charlie Steen dimostra già una certa versatilità, passando da melodie angst ben assestate a toni più grevi (nella prima parte di Dust On Trial la voce è assolutamente cavernosa, a metà tra un notturno Lanegan e i mai dimenticati eroi 80s), prediligendo però un proclamato simil-spoken minaccioso e cinico (The Lick ma anche i botta e risposta di Concrete). Charlie sputa un anthem dietro l’altro con grande convinzione e orgoglio. In questo senso il testo di One Rizla condensa in poche parole quello che è il manifesto espressivo degli Shame: “«my nails ain’t manicured. My voice ain’t the best you’ve heard and you can choose to hate my words. But do I give a fuck. Socks are old and shoes are broke. Lungs are tired ‘cause they’re filled with smoke. Wallet’s empty. I’m going broke. But i’m still breathing». Scorre indubbiamente una vena politica tra i versi del disco, ma è certamente meno strabordante rispetto a quella di lavori come Songs For Our Mothers o Uber Capitalism Death Trade

In fondo a una tracklist densa di ritmi graffianti e sostenuti (Friction è forse il passaggio maggiormente radio-friendly, con numerosi sentori brit-pop), la conclusiva Angie ci restituisce il quintetto di Londra nella sua versione più malinconica e agrodolce, tra tempi dilatati, melodie più distese e tematiche più riflessive (il suicidio di una giovane ragazza, l’amore perduto, lo spleen). Sembra addirittura che il produttore – Dan Foat, uno abituato a lavorare in contesti techno – abbia ceduto a lacrime di commozione durante l’ascolto.

Forse ancora limitati, forse non tutta questa novità, ma gli Shame sono una delle poche proposte vividamente rock (di recente memoria) potenzialmente in grado di smuovere un po’ le acque della guitar music inglese, per quanto questo possa sembrare irrilevante nel 2018.

10 Gennaio 2018
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