Film

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Il teen cancer movie è diventato negli anni un genere cinematografico a sé con tanto di codici universali, grammatica rigorosa e capacità praticamente infallibile di conquistare a prescindere l’affetto del pubblico. Tre esempi recenti ci raccontano quanto si sia consolidato e come l’industria americana, soprattutto quella che opera nel settore indipendente o semi-indipendente, sia riuscita a proporre variazioni sul tema evitando di sconfinare nel patetico: il primo è L’amore che resta di Gus Van Sant, dove lo sperimentalismo dell’autore incontrava i compromessi del teatro; Colpa delle Stelle, il film di Josh Boone con Shailene Woodley tratto dal bestseller di John Green che era riuscito a scardinare certe dinamiche e risultava adeguatamente bilanciato tra dramma e commedia; infine Quel fantastico peggior anno della mia vita di Alfonso Gomez-Rejon, pupillo del Sundance benedetto dal passaparola che mescolava gli omaggi ai grandi autori della settima arte con un’ironia travolgente e per nulla retorica. Nel filone ci finisce anche l’australiano Babyteeth, opera prima di Shannon Murphy tratta da una pièce di Rita Kalnejais che trova nel naturalismo di Andrea Arnold, nei suoi primi piani, nella fotografia e in quel suo stare addosso ai personaggi la cifra artistica, unendola a elementi più costruiti come lo sguardo in camera, la divisione in capitoli e suggestioni che calano chi guarda dentro la scena.

Il mondo del film è il mondo inquadrato dalla prospettiva di Milla, un’adolescente malata di cancro terminale, e della sua famiglia. Le fughe verso l’esterno sono respinte, o meglio, interpretate in modo alternativo: quando il dolore diventa insopportabile il padre Henry, psicanalista, ricorre alla morfina e cerca un legame con la stravagante vicina di casa, la madre troppo apprensiva manda giù pillole di ogni tipo e la ragazza stessa decide di evadere dalla sua “prigione” fisica e sociale frequentando un ragazzo tossico di nome Moses (che a sua volta scappa da una casa in cui non è il benvenuto). Tutti, volti vecchi e nuovi, conosciuti ed estranei, si stringono intorno alla malattia cercando di andare avanti; lo fanno al meglio delle loro possibilità, e anche se l’esito della storia sembra già scritto, come spesso accade in questo genere di prodotto, il viaggio verso la fine è costellato da piccoli spiragli di felicità.

Murphy sposa lo sguardo della protagonista lasciandosi guidare dalla sua narrativa alternata e non sempre coerente, con sbalzi d’umore tipici dell’età e una frenesia che suggerisce l’urgenza di vivere in un destino già segnato, di farlo con passione, libertà e senso dell’umorismo. Capace, grazie alle “magie” del cinema, di riavvolgere il nastro tornando indietro all’ultimo giorno di pace insieme ai genitori: Milla non vuole morire da eroina, e questo pieno controllo del racconto le consente di giocare con i piani temporali e con i ricordi tramite immagini obbligando lo spettatore ad abbracciare un punto di vista che è soltanto suo.

5 Settembre 2019
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