Recensioni

“E' il tipico cliché dell'artista di New York che non è in grado di permettersi un affitto tra un tour e l'altro” raccontava la giovane Sharon, in un'intervista rilascita pochi mesi fa. Un cliché che la Van Etten ha deciso di cavalcare fino in fondo, tanto da intitolare il proprio album Tramp, vagabondo.
Fortuna che ad offrirle un divano su cui dormire c’era Aaron Dessner dei National. Nel suo garage studio si è addensato un umore plumbeo ma non rassegnato, che la Van Etten ha sfruttato con una sapiente gestione dei tempi drammatici e della costruzione del climax.
A dispetto del loro suonare terse ma non esili, minimali ma non scarne, le canzoni di Tramp vantano un dispiegamento di forze da far tremare i polsi e che comprende, fra gli altri, Matt Barrick dei Walkmen, Zach Condon (aka Beirut), Jenn Wasner dei Wye Oak ed un'altra sirena del folk meno allineato come Julianna Barwick. Ci si aspetterebbe di sentire la matematica somma delle parti e invece emerge prepotentemente la personalità della cantautrice la cui interpretazione trasfigurata in frammenti come Give Out e I'm Wrong è capace di muovere a compassione anche l'ascoltatore più impassibile.
La sua capacità di maneggiare temi di rivalsa e rancore ci era già nota, ma ammantata dell'asciuttezza evocativa dei nuovi arrangiamenti, assume oggi un nuovo significato. Ogni canzone è una tela bianca su cui la sua voce ieratica disegna arabeschi e modula sentimenti lividi. Fra eteree marce gotiche (In Line), soul funerei in odor di Hazelwood/Sinatra (Magic Chords) e progressioni inarrestabili (All I Can), le sue sono ballate che si caricano di una emozionante solennità, tanto più preziose quanto più rinunciano alla contingenza per restare magicamente sospese fra tradizione e contemporaneità.
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