Recensioni

6.8

Fra le tante etichette che agitano il sottobosco elettronico UK, quello in cui artisti e label manager sono sempre alla ricerca delle nuove frontiere di ibridazione tra l’eredità (pesante) del cosiddetto hardcore continuum (e di tutta la soundsystem culture sbarcata in terra d’Albione con l’immigrazione giamaicana, a dire il vero) e nuovi sentieri e sentori, la bristoliana Timedance è indubbiamente uno dei fiori all’occhiello. Fondata da Batu cinque anni fa, si è costruita una fama e un seguito che hanno portato lo stesso Batu e habitué come Bruce, Laksa e Ploy, a diventare le nuove stelle della bass music britannica.

Sharpen, Moving è la seconda compilation dell’etichetta, dopo Patina Echoes del 2018. Vuole essere una summa di quanto fatto da Timedance in questi 5 anni di attività, tenendo un piede saldo nel repertorio del passato e l’altro che guarda sfrontato al futuro. L’intero catalogo Timedance sonda quegli interstizi tra il familiare e lo sconosciuto, e questa compilation celebrativa del primo lustro di attività non è da meno. Dodici tracce (divise nel formato fisico tra un sampler con quattro pezzi e i restanti otto su doppio vinile), dodici variazioni su un tema di partenza di per sé quanto mai eterogeneo, ossia la marea UK bass in cui si passa senza soluzione di continuità dalle mutazioni dembow e reggaeton alla broken techno su bpm bassi, a reminiscenze jungle fino a mutazioni dubstep e altre creature chimeriche.

Dando un’occhiata ai nomi schierati, troviamo i soliti noti che gravitano intorno alla label e agli altri collettivi di Bristol, ma anche novità – fra cui la più inaspettata è Peter Van Hoesen, uno dei pesi massimi della techno europea – come Kit Seymour, Akiko Haruna, e Mang & GRAŃ. E ritroviamo anche Via Maris, Cleyra e Nico, già presenti sulla precedente compila. A fare da fil rouge tra gli artisti in questione e le loro produzioni, è la predilezione per i ritmi spezzati – se la UK techno nei ’90 era sostanzialmente rappresentata dal 4/4 asfissiante della gang di Birmingham e dalle atmosfere sci-fi indebitate con Detroit, oggi invece notiamo un notevole calo dei bpm e l’abbandono della cassa dritta – e per cromatismi sonori che, a dispetto di ciò che lascia supporre l’artwork di copertina, privilegiano la scala di grigi. La partita nel quartier generale Timedance si gioca sulle sperimentazioni ritmiche e sugli accorgimenti certosini di sound design (si consiglia l’ascolto in cuffia o su un buon impianto), prendendo le distanze tanto da slanci melodici, quanto dal machismo monolitico della techno dritta o dalla frenesia selvaggia della jungle.

Metodico e calibrato, è così che suona Sharpen, Moving. Beat scolpiti con precisione chirurgica e attitudine raramente sopra le righe. Va elogiata la coesione di mood e timbriche che viene a crearsi pur in assenza di un pattern ritmico fisso di riferimento – caratteristica che è il punto di forza non solo della compilation, ma dell’etichetta in toto. Ciononostante, l’ascolto continuativo delle dodici tracce è a tratti di difficile metabolizzazione. Gli episodi di pregio non mancano affatto: il crescendo di tensione con sfumature trance di Mang & GRAŃ; l’ibrido techno-kuduro-industrial di Ploy, che si riallaccia al suo recente album su L.I.E.S.; Happa, che su 15Three aggiorna il dubstep classico al 2020; e Metrist, che riprende quanto fatto col secondo capitolo di Pollen e vince il premio “artista più divertito/divertente della cricca” grazie al take scanzonato sulla bass music di Total Paper.

Eppure l’ingranaggio non sempre gira senza intoppi, e tracce come quelle di Peter Van Hoesen e Bruce (forse i nomi più importanti fra i convocati) convincono a metà. Lo stesso Batu propone un dembow alieno e glaciale sì accattivante, ma che non diventa l’anthem che pure avrebbe potuto essere. Stesso discorso per l’esperimento in zona 160 bpm di Shafted, ad opera di Cleyra, la cui ossatura footwork con annessi detriti jungle parte col botto ma non trova il guizzo vincente e perde di mordente verso la fine. In mezzo, le altre tracce sono piacevoli anche se non indispensabili. Il che è comunque un buon risultato in un anno che ha visto una pioggia torrenziale di compilation riempire i nostri feed di Bandcamp.

Nel complesso, Sharpen, Moving resta un lavoro più che piacevole, che farà gola in particolar modo a tutti coloro che seguono gli sviluppi e le derive all’interno di quella zona d’ombra squisitamente britannica in cui techno e bass music sono in fermento costante. Iniziamo già a sfregarci le mani pregustando la prossima compilation.

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