• nov
    01
    2011

Album

Krunk

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La miseria di cinque album in diciassette anni che però hanno stabilito una cifra espressiva inconfondibile, ottenuta stemperando fervore noise, evanescenze ambient e caligini dream-pop in un calderone che del post-rock recava tracce consistenti ma tutto sommato accidentali, portate in dote dalle circostanze storiche che li videro emergere, contemporanei di band così lontane così vicine quali Mogwai ed Explosions In The Sky. Simile il senso di straniamento periferico, di dissoluzione strutturale e dispersione poetica rispetto ai canoni rock, ma nei Sigur Rós è sempre stato prevalente il fattore geografico, una sorta di esotismo nordico che trasfigura l'urgenza del messaggio tra riverberi boreali, fiabesco metaforico e mitologia panica.

Post-rockers per caso, insomma e in un certo senso, i quattro ne sfruttarono comunque l'onda montante riuscendo a volgere il culto costruito ai tempi del debutto Von – quando già godevano della dichiarata stima di Björk – in apoteosi commerciale (dalle nostre parti limitata alla sola dimensione alternativa) col fenomeno Ágætis Byrjun. Proprio questo fortunato sophomore rappresentò tuttavia per il sottoscritto una parziale delusione, contenendo versioni fin troppo edulcorate di brani già assaggiati grazie ai bootleg che circolavano sul web. Non c'era ancora youtube, la pratica di filmare con telecamerine di varia natura i concerti non era pervadente come oggi, e ciò contribuiva in maniera significativa al fascino di quei misteriosi reperti, nei quali tuttavia covava una visione tanto potente quanto terrigna, capace di sbocciare frugale ed espandersi – ed esplodere – epocale.

Un ibrido formidabile tra Dead Can Dance, Godspeed You! Black Emperor e Coldplay, come un rituale triangolare che dal fascino ombroso conduceva al trasporto accomodante passando dall'apocalittico liberatorio. Per questo i loro concerti fin da subito sembrarono una liturgia di rapimento ed elevazione, un inno (!) panteista all'esistere nell'alternarsi tempestoso di sentimenti e consapevolezze. Premesse che nelle versioni in studio diluivano a favore di una potabilità spinta, in direzione potentemente e confortevolmente pop.

Tutto questo preambolo per dire come Inni, doppio album live e testimonianza video relativi al tour del 2008, non faccia altro che mettere in mostra – portandola definitivamente allo scoperto – questa duplice anima dei Sigur Rós, l'afflato etereo e gli ammiccamenti caramellosi, la furia al calor bianco e la grandeur rockista. Lo fa musicalmente, certo, ma anche e soprattutto visivamente attraverso le immagini neo espressioniste allestite da Vincent Morisset, tutto uno sfarfallio in bianco e nero e vampe ectoplasmatiche a definire una dimensione espressiva assieme arcaica e artefatta, ricercata e basale.

Tra gli interessanti inserti d'epoca, la chiave di lettura ce la offre la sequenza del vhs risalente al '96 con le prime note di Popplagid abbozzate su un palco striminzito, presto sfumate in dissolvenza nella imponente versione contemporanea: avverti come un ponte sottile sulla vertigine dello iato temporale, il senso d'un percorso compiuto tutto intero, la misura di quanto i Sigur siano diventati esattamente quello che desideravano. Che in cuor loro, fortemente, desideravano. Proprio Popplagid e' assieme a E-Bow il momento migliore della scaletta, apoteosi di sigurrosita' non a caso riconducibili a (), il loro album bianco, terzo opus che ha segnato nel 2002 il punto di equilibrio tra le diverse spinte propulsive, tra gli alieni irrequieti e i teneroni da mainstream alternativo.

Poco altro da aggiungere, se non che i quattro islandesi si confermano una formidabile macchina live (del resto già lo sapevamo), e che tra le regole non scritte del rock c'è quella che individua nel primo album dal vivo un punto di non ritorno, un po' rubicone e un po' un tirare le somme. Quanto fatale la tapppa e parziale il bilancio, lo scopriremo solo vivendo.

3 Novembre 2011
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