• Mar
    18
    2013

Album

XL

Add to Flipboard Magazine.

Chi ha avuto la costanza di seguire quello che si scrive dei Sigur Ròs su queste pagine da quasi quindici anni a questa parte, saprà quanto li abbiamo apprezzati e perché. Volendo riassumere nel minor numero di parole possibile, la loro apparizione ci sembrò la possibilità che nel rock potesse ancora albergare una bellezza misteriosa. Romantici, fiabeschi, onirici, potenti, impetuosi, etrei, cinematici: potevi ricondurre la loro cifra espressiva alla dream-wave, al noise o più comodamente al post-rock, però restava un irriducibile elemento di auto-referenzialità, ed era proprio questo il cuore della loro proposta.

Non ce li vedevi ad interagire col circo del rock’n’roll, non te l’immaginavi – per dire – ad interpretare una cover. Potevano benissimo essere spuntati da una grotta di chissà quale ghiacciaio, ignorando chi fossero Dead Can Dance, My Bloody Valentine o Godspeedyou! Black Emperor, forti del loro hopelandic e delle loro litanie languide e selvagge. Una prodigiosa ucronìa sonora, di quelle che quando capitano senti che la tua fissazione rock è del tutto giustificata. Tuttavia, come era prevedibile, il successo – mai becero ma in costante espansione – ha finito per cambiarli, contagiandoli di normalità e rendendoli un po’ icona di se stessi. Ahiloro, ahinoi, film già visto un milione di volte.

Pochi mesi fa l’uscita dal gruppo di Kjartan Sveinsson, tastierista e principale responsabile degli arrangiamenti orchestrali, ci è stata raccontata come un avvenimento morbidissimo, fisiologico. Ma ascoltando questo settimo album Kveikur – appena un anno dopo l’ambient interlocutorio di Valtari – qualche retropensiero sorge spontaneo, visto come determini una svolta decisa per il sound della band (che, particolare non da poco, si è autoprodotta). Distorsioni sintetiche, chitarre, percussività arrembante. Suggestioni industrial e tribalismo urbano, ammiccamenti post-wave ed emotività tumultuosa. Ingredienti che tutto sommato ben si combinano col retaggio espressivo, atmosferico e iconografico dei Sigur passati, producendo un mainstream alternativo (scusate l’ossimoro) di sicura efficacia.

Notevole la verve e buona l’ispirazione per canzoni più concise del solito (solo la opening Brennisteinn – bradipa e robotica come gli Smashing Pumpkins di Adore al ralenti – si avvicina agli otto minuti, il resto viaggia sulla media dei cinque), tra le quali spiccano il danzereccio ammaliante di Ísjaki, la quiete amniotica (piano e archi) di Var, la suadente post-folktronica di Yfirborð e il tumulto da Coldplay surgelati di Stormur. Va meno bene con Bláþráður, dove la ricetta (ballata apprensiva + tavolozza di effetti artico/androidi + tumulto percussivo) mostra la corda dell’artificio, mentre la title track un po’ ti irrita e un po’ ti avvince coi suoi goticismi cibernetici da Depeche Mode in avaria.

Insomma, cosa dire: seppellito il film  che ci eravamo fatti del quartetto islandese, resta da fare i conti con questo accattivante trio alt-pop-rock solo un po’ più esotico della norma. Un tempo ti chiedevi da dove sbucavano, oggi al massimo ti domandi da dove esca quel certo suono (neanche troppo spesso, a dire il vero). E gli spot inesorabili attendono di farsene impollinare.

13 Giugno 2013
Leggi tutto
Precedente
Sherwood & Pinch – Bring Me Weed Sherwood & Pinch – Bring Me Weed
Successivo
Marcel Fengler – Fokus Marcel Fengler – Fokus

Altre notizie suggerite