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E così, il buon Reynolds arriva ai giorni nostri. Dopo lo stupendo Post-punk che copriva un arco temporale tutto sommato breve (il 1978-1984 che fungeva da sottotitolo) ora sono di scena le origini – sue questa volta – del fare giornalismo rock. Una disamina cronologicamente molto più ampia, collegata sin dal sottotitolo all’esperienza precedente e soprattutto ai suoi esordi che comprensibilmente si pone come strategia per prender fiato, guardarsi indietro, ricollegarsi e confrontarsi a posteriori con quel lui in erba del prima. Ma attenzione, parliamo pur sempre di una mente sveglia e una sottile linea rossa compare anche qui come in ogni Reynolds’ analisys del resto (ricordate la teoria dell’hardcore continuum in Generation Ecstasy?).

Bring The Noise – questo il titolo originale dell’opera – segue una linea strettamente cronologica fedele alla pubblicazione di articoli, saggi, recensioni dal 1985 – anno in cui iniziò la carriera giornalistica seria con la collaborazione col Melody Maker – fino ad oggigiorno. A questa linearità fa però da contraltare un percorso quasi a zig-zag tra musiche, tendenze, stili che si sono succeduti, fusi, opposti in questo ventennio. Un andamento a scatti che si contrappone alla apparente coesione, almeno stilistica, del precedente Post-Punk, coinvolgendo il lettore nel mondo onnivoro del suo autore.

Non di pura e semplice collezione rappresentativa del Reynolds-pensiero si tratta, però, quanto di una selezione/rielaborazione di scritti apparsi su varie riviste e a vario titolo con tanto di director’s cut, che hanno il grande pregio di evidenziare non solo le capacità critiche di una delle menti musicali più lucide a livello mondiale, ma anche quelle autocritiche. Proprio queste ultime – ben evidenziate nelle glosse aggiunte in calce ai vari articoli e recensioni compilati in Hip-Hop-Rock – forniscono lo scarto rispetto alla semplice riproposizione di (già di per sé illuminanti) articoli musicali, in quanto svolgono una interessantissima funzione ricontestualizzatrice o, per lo meno, di storicizzazione di scritti nati giocoforza dall’immediatezza.

Perfetto esempio di questo modus operandi sono – citiamo a caso, ma la lista potrebbe essere lunghissima – l’immensa recensione di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü (con in glossa una riflessione sulle difficoltà underground/mainstream pre-Smells Like Teen Spirit) o il resoconto di un live dei Nirvana alla Kilburn National di Londra nel 1991, in cui l’occhio clinico di Reynolds individua in netto anticipo sui tempi l’antinomia undeground/successo, anzi tra «passato rock trasandato e futuro rango di divinità» che portò alla dissoluzione Cobain («Metà di Cobain voleva essere una star, ma nemmeno una frazione infinitesimale era pronta a diventarlo sul serio», chiosa nella glossa).

Non è però solo questo ammodernamento a rappresentare l’unico aspetto interessante del libro. Hip-Hop-Rock gioca molto sulla sua struttura etimologicamente in “bianco e nero”, ruotando intorno al vero oggetto dell’analisi reynoldsiana: individuare e sottolineare le continue connessioni (interazioni e divergenze) tra la musica dei bianchi (principalmente il rock indipendente bianco) e quella dei neri (l’hip-hop di strada). Con una latente tesi di fondo niente male, ruotante intorno all’idea del potere sovversivo dell’hip-hop, «unico bastione della dissidenza culturale», non lontana da quella irruenta del punk.

Hip-hop americano della prima ora (il titolo è ovviamente dovuto ai Public Enemy) e grime, junglism e Butthole Surfers, Arctic Monkeys e techno-rave, Dizzee Rascal, Pixies e Smiths. Un caleidoscopio di nomi, generi, movimenti che non è un catalogo bensì parte integrante della vita di Reynolds e di qualsiasi ascoltatore di musica. Ottima come sempre l’edizione di ISBN e perfetta la traduzione di Michele Piumini.

20 Ottobre 2008
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