Film

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«Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». Così se ne è uscito Claudio Caligari accanto all’amico di una vita, Valerio Mastandrea, mentre i due si dirigevano in ospedale per parlare con un oncologo, e già l’espressione in sé dice molto molto sia dell’uomo che dell’artista. Narratore dell’underground suburbano, della periferia maledetta, autore off com’era spesso etichettato o semplicemente un grande regista. Caligari nell’arco della sua, purtroppo breve, vita ha diretto solamente tre lungometraggi, l’ultimo dei quali completato pochi giorni prima della sua dipartita, il 26 maggio 2015. Accolto come uno dei nuovi grandi autori alla fine degli anni Settanta, successivamente alla presentazione del suo esordio alla Mostra di Venezia del 1978, Amore tossico fu un attentato in piena regola alle convinzioni dei benpensanti dell’epoca e una sveglia fortissima per le condizioni di disagio delle grandi metropoli italiane, in questo caso Roma (di cui si ritraeva la periferia fino ad arrivare a Ostia), ma non solo: Caligari aveva già trattato l’argomento della diffusione capillare degli stupefacenti tra i giovani italiani nella forma del documentario, con Perché droga uscito due anni addietro per la regia di Daniele Segre e Franco Barbero. Già da quell’esordio Caligari mostrava una poetica forte e riconoscibile, a dispetto del carattere schivo e solitario, così come anche una conoscenza approfondita e seria degli ultimi, dei cosiddetti perdenti, di un sentimento autodistruttivo insito in quelle che all’epoca erano le nuove generazioni.

Il ritratto costruito da Simone Isola e Fausto Trombetta, presentato nella categoria Venezia Classici Documentari della 76ª edizione della Mostra, restituisce appieno quella che è sempre stata una figura abbastanza anomala nel panorama cinematografico italiano, un personaggio a tutti gli effetti poco avvezzo ad apparire in pubblico e poco interessato al salotto borghese di certi ambienti. Non si fa fatica a comprendere quali siano state le ragioni di una produzione autoriale così esigua (3 film in 30 anni): dopo Amore tossico sembrava che il mondo fosse ai suoi piedi, e così gli era stato detto. Infatti, Caligari scrisse sceneggiature per tutto l’arco della sua vita, in maniera assidua, forsennata e come sempre calibrata rispetto alla sua onestà intellettuale, ma la vena politica forte delle sue idee era tale da vedersi rifiutato ogni volta questo o quel copione. Allora, Isola e Trombetta trovano la chiave di lettura ideale partendo dal dietro le quinte della sua ultima fatica, Non essere cattivo, e da lì partire per raccontare l’uomo e quindi l’impatto socio-culturale del suo cinema. Lo fanno grazie all’aiuto di amici, parenti e colleghi di lavoro, da quel Mastandrea (conosciuto per L’odore della notte) che l’ha voluto accanto a sé anche per il suo esordio da regista (nel cortometraggio Trevirgolaottantasette) e che è stato fondamentale proprio per la sua ultima produzione, dalla lettera a Martin Scorsese agli aiuti con il casting e durante le riprese.

Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari è un lavoro gentile, sofferto e pieno di commozione, com’era in fondo lo stesso Caligari, e offre anche parecchi spunti per un’analisi più approfondita sulle dinamiche della produzione cinematografica italiana, troppo spesso schiava delle sue paure e (quasi) mai disposta a rischiare seriamente in virtù di un’idea. Se c’è un aldilà sono fottuto. Se c’è pellicola non sei fottuto per niente, caro Claudio.

6 Settembre 2019
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